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The War – Il pianeta delle scimmie: Elegia del digitale

The War – Il pianeta delle scimmie: Elegia del digitale

Il regista Matt Reeves porta sullo schermo The War – Il pianeta delle scimmie, terzo capitolo della saga ispirata al classico sci-fi con Charlton Heston. Protagonisti Andy Serkis e Woody Harrelson. Dal 13 luglio al cinema.

Un’espressione da una parte, un’emozione dall’altra e un sensore nel mezzo. In gergo si chiama motion capture, ovvero la cattura e la digitalizzazione di un movimento e di un’espressione, ed è stata al centro di un dibattito piuttosto acceso tra sostenitori e detrattori. A dispetto di questi ultimi The War – Il pianeta delle scimmie, terzo e ultimo capitolo del franchise generato dal classico con Charlton Heston, trasforma la tecnica del motion capture in una forma d’arte tanto che oltreoceano alcune note testate di settore hanno invitato l’Academy ad assegnare un Oscar speciale ad Andy Serkis. Parliamo ovviamente del protagonista del film e anche di molti altre pellicole, dal Signore degli Anelli all’Episodio VII di Star Wars. Un attore molto attivo a Hollywood, peccato che in faccia non l’abbiate visto quasi mai. Serkis, artista ormai specializzato nel motion capture, è il cuore pulsante di questo film, assieme al regista Matt Reeves, prossimo cantore di Batman, tanto che gli attori in carne e ossa (Woody Harrelson nello specifico) passano quasi in secondo piano.

Dopo l’avvento di una nuova razza e dopo il tramonto del sogno di una convivenza pacifica la storia di Caesar (Serkis), leader delle scimmie, lo porta ad affrontare un’ultima battaglia per la sopravvivenza della specie contro l’armata sanguinaria del Colonnello (Harrelson), ufficiale rinnegato dell’esercito americano.

Scritto da Reeves e da Matt Bomback The War – Il pianeta delle scimmie chiude uno dei cicli più interessanti del cinema commerciale moderno. Uno dei pochi a dare un senso non solo economico ma anche narrativo al concetto di franchise. Pur senza raggiungere le vette del precedente Apes Revolution, dove alla spettacolarità del blockbuster si sovrapponeva una riflessione molto amara sulle dinamiche della storia, sulla semplicità della guerra e sull’estrema labilità della pace, il terzo capitolo è più che altro un’elegia al motion capture, il coronamento di un progetto ambizioso che ha messo in secondo piano l’elemento reale e ha dato il centro della scena a un personaggio profondo, umano e indiscutibilmente virtuale. La sicurezza nei mezzi tecnologici è tanta e tale che spesso The War si affida ai silenzi e alle espressioni dei suoi attori umani coperti da un costume digitale. Non solo Andy Serkis ma anche Karin Konoval che dà voce e sguardo al saggio e mansueto Maurice e Toby Kebbell incarnazione del malvagio Koba. Dall’altra parte, a soffrire di più questa condizione è forse Woody Harrelson. Il suo Colonnello è un personaggio stereotipato, che vorrebbe assomigliare al Kurtz di Apocalypse Now senza averne il fascino magnetico. Il vuoto di carisma è colmato da una spietatezza superficiale che lo rende uno degli elementi più banali di un film che gli schemi preferisce crearli piuttosto che adottarli. Una piccola nota stonata, acuita dall’avere a disposizione un attore che in questi anni sta facendo vedere il meglio di sé.

Quanto alla regia Reeves riesce a mescolare epica e delicatezza, rifacendosi nelle scene iniziali a tutta la tradizione del Vietnam di celluloide (Apocalypse Now sempre ma anche i film di Oliver Stone) e lasciando poi parlare le emozioni quando ce n’è bisogno. Il risultato finale è un film spettacolare ma anche inaspettatamente maturo, che sfrutta al massimo il suo personaggio principale, uno dei migliori degli anni recenti. In sostanza The War – Il pianeta delle scimmie è la degna conclusione di una saga cinematografica azzeccata sin dal primo capitolo, un piccolo esempio per chiunque decida di intraprendere la via del franchise, un pro-memoria per chi invece ripropone senza vergogna la stessa formula, più o meno mediocre, a ogni uscita, sperando che gli incassi possano far passare in secondo piano la povertà qualitativa.

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Marcello Lembo

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