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Maria per Roma: Alla ricerca del presente perduto

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Dopo l’incursione di Daniele Vicari con Sole cuore amore, il cinema italiano alla Festa del Cinema di Roma si sporca ancora una volta le mani e torna a parlare di un quotidiano precario e frammentato. Lo fa con un’opera prima, Maria per Roma, il film che Karen Di Porto – laureata in giurisprudenza, figlia di una famiglia di commercianti da generazioni e attrice da quando ne aveva 25 subito dopo la laurea – ha deciso di dirigere, scrivere e interpretare e che, se da un lato ha quantomeno il merito di osare un’impresa folle, quella di seguire Maria, un’aspirante attrice, nel suo girovagare per Roma  barcamenandosi tra il lavoro di key-owner (occuparsi del check in dei turisti negli appartamenti presi in affitto per l’estate) e i provini, dall’altro rivela tutti i limiti del low budget e dimostra ambizioni che non ha i mezzi per sostenere fino in fondo.

Una fragilità di cui la regista e interprete è sempre stata consapevole: “Apprezzo i registi che parlano delle cose che conoscono bene – dichiara – Ed io con questo film non ho fatto altro che raccontare il mondo che conosco, quello della borghesia. Ho fatto il film che volevo.”.
Buona invece l’idea che arriva direttamente dal vissuto della regista che, per un periodo di tempo come la protagonista, si è  ritrovata a fare la key owner. “Avevo una vita buffa e delirante, così assurda che continuavano a dirmi che avrei potuto farci un film, ma allora non ci pensavo minimamente; fino a quando alla fine di una giornata allucinante ho creduto che fosse arrivato il momento di realizzarlo veramente”, racconta la Di Porto all’anteprima del film presentato nella selezione ufficiale del festival capitolino. “Quel tipo di lavoro mi sembrava ideale per descrivere questo senso di frammentazione generale che chi vive a Roma conosce bene”, già perché la co-protagonista di Maria per Roma è proprio la Città Eterna, “una combinazione di freddezza e calore, indifferenza e bellezza che nei momenti più difficili diventa anche ristoro. Ho voluto che Roma fosse in un certo senso spettatrice, uno sfondo di passaggio, una quinta”.

Una giornata tipo, dalle prime ore del mattino fino a notte fonda, in cui Maria si sposta affannosamente da un angolo all’altro della capitale a bordo di una vespa e con tanto di cane al seguito;  i personaggi che le gironzolano attorno sono macchiette di quella variegata umanità che si agita nel bizzarro sottobosco della quotidianità romana:  “Rappresentano le diverse anime di Roma – dice la regista – compreso quella frenesia tipica rilasciata poi nel respiro del finale”.

Filo conduttore una condizione esistenziale estremamente precaria di cui si fa portavoce il fantasma del padre di Maria: “La figura paterna è la caduta delle illusione degli anni ’80, quando i soldi c’erano e si pensava che ci sarebbero stati per sempre, e la piccola borghesia poteva spendere, comprare case e  fare mutui; ma il film racconta anche un paese che sta sempre in attesa del salvatore e dove tutte le classi sociali scendono un gradino sotto: ci sono ragazzi che cercano di sbarcare il lunario intrattenendo i turisti per strada, i borghesi che oggi fanno le pulizie nelle proprie case e  i nobili che affittano i loro appartamenti”.
Il film arriva dopo una serie di cortometraggi e un copione sulla comunità ebraica e tripolina di Roma, che però non è mai riuscita a girare “perché non trovammo il regista” e che spera possa essere ora il prossimo progetto a cui dedicarsi.

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Elisabetta Bartucca

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