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Wonder Woman: l’altro colore dei supereroi

Wonder Woman: l’altro colore dei supereroi

La supereroina più famosa dei fumetti diventa un film diretto da Patty Jenkins e interpretato da Gal Gadot e Chris Pine. Wonder Woman arriva in sala dall’1 giugno.

Milioni di lettori, 75 anni di vita, icona del femminismo e della cultura pop. Eppure solo nel 2017 Wonder Woman esordisce al cinema, con una pellicola tutta al femminile diretta dalla regista Patty Jenkins e interpretata dall’ex modella israeliana Gal Gadot, che già aveva portato sullo schermo il personaggio nel recente Batman v Superman: Dawn of Justice, e che qui è affiancata dal Chris Pine di Star Trek. Non si tratta del primo film dedicato a un’eroina dei fumetti, già negli anni 80 il cinema aveva dedicato due ore a Supergirl, cugina meno famosa di Superman, mentre nel 21esimo secolo si conta anche il mezzo fiasco della Catwoman interpretata da Halle Berry. Wonder Woman rappresenta comunque un nuovo inizio, vuoi perché è il primo film dedicato interamente a un personaggio femminile da quando il cinecomics è diventato il genere più redditizio di Hollywood, vuoi perché per la prima volta la protagonista non deve il suo successo a una controparte maschile, ma è assurta agli onori della cultura popolare grazie alla serie a fumetti che la vede protagonista sin dai primi anni quaranta e a una serie tv interpretata da Lynda Carter che ha traslato il successo anche a un paio di generazioni successive.

La storia, imbastita dallo sceneggiatore televisivo e fumettistico Allan Heinberg, vede la giovane Diana (Gadot), crescere sull’isola di Themiscyra, regno delle amazzoni. Ma anche se grava sulla sua vita l’ombra di una profezia Diana è comunque intrigata dall’idea di conoscere il mondo al di là della coltre di nebbia che circonda l’isola. L’occasione alla fine arriverà nella forma dell’aitante Steve Trevor (Pine), spia americana al servizio degli inglesi, intenta a svelare le oscure macchinazioni del generale Ludendorf (Danny Huston). Diana deciderà allora di mettere il suo idealismo al servizio del mondo degli uomini e sfidare apertamente il dio Ares, proprio quando le nazioni della Terra sono alle prese con il primo devastante conflitto mondiale.

L’idea di affidare un blockbuster con un budget da quasi 150 milioni nelle mani di una regista che non dirigeva un film dal 2003 (quel Monster che valse un Oscar alla sua protagonista, Charlize Theron) rappresentava una scommessa quantomai rischiosa per la Warner Bros. che della Dc Comics è proprietaria. E l’esito è stato tanto scontato quanto sorprendente. Perché pur mostrando un certo imbarazzo nelle sequenze più prettamente supereroistiche (lo scontro finale è sicuramente il passaggio meno riuscito del film) la Jenkins riesce a dare nuova linfa all’esperienza cinecomics, come se in fondo bastasse arruolare qualcuno che non era già un fanboy, qualcuno che si lasciasse stupire dai supereroi che raccontava. Inutile dire che riuscire a farlo con personaggio tanto nuovo e allo stesso tempo tanto carico di tradizione era sicuramente l’opzione ideale per trasformare quel Wonder del titolo nel wow che è la genesi stessa della parola.

Ecco che Wonder Woman diventa di fatto un romanzo di formazione, e il villain non è tanto il cattivo di turno che non sveliamo, quanto la realtà  dei fatti, che finisce per scontrarsi con l’idealismo ingenuo di una protagonista che crede di essere stata plasmata nell’argilla. Se l’intreccio potrà sembrare esile la trama di fondo di Wonder Woman è invece piuttosto solida, è quella di una giovane che diventa adulta e che nonostante lo scoramento trova un motivo e la forza per non smettere di combattere.

A rendere piacevoli le quasi due ore e mezzo di Wonder Woman è però anche il talento (inaspettato e ce ne scusiamo) di Gal Gadot che dopo aver colpito piacevolmente il pubblico di Batman v Superman conferma di avere altri registri oltre alla fisicità dell’eroina d’azione. La guerriera veterana che aveva animato il film di Zack Snyder lascia il posto a una ragazza dagli occhi sognanti che si trova a suo agio anche nei siparietti più comici. Gli spassosi scambi di battute con Pine – che mostra un grande personalità nel riuscire a mettere da parte la consueta spavalderia dei suoi ruoli da protagonista – strappano più di un sorriso come pure ottima è la sintonia con la divertente attrice inglese Lucy Davis, nel ruolo della segretaria di Pine, la suffragetta Hetta Candy, a cui però andava concesso probabilmente più spazio.

La leggerezza del tocco, la solidità dei temi trattati, l’ottima interpretazione della protagonista e di molti degli interpreti di contorno riescono a dare un pizzico di novità anche a quella che poteva essere la più scontata delle origin story e in un mercato che produce 7-8 cinecomics all’anno non è poco e sicuramente basta a bilanciare gli aspetti più negativi del film, a cominciare da quello scontro finale forzato e appesantito da un uso eccessivo della computer graphics.

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Marcello Lembo

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