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Tanna: l’amore alle pendici del vulcano

Tanna: l’amore alle pendici del vulcano

Nominato a Miglior Film Straniero agli Oscar e vincitore del Premio del Pubblico e di quello alla Miglior Fotografia alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2015, Tanna approda nei nostri cinema il prossimo 4 maggio. In una remota isola del Pacifico, l’amore proibito tra due membri di una tribù indigena.

Sin dai suoi esordi, il cinema ha voluto raccontare realtà lontane: con le loro macchine, gli operatori delle industrie Lumière hanno raggiunto i luoghi più remoti della terra per riportare modi di vita lontani da quelli europei, mentre Robert Flaherty, nel 1922, si è spinto fino all’Artico per raccontare la storia di Nanuk l’esquimese. Non mancano, però, esempi in cui fiction e documentario si sono uniti tra loro come in Tabù, ultimo film di Friedrich Wilhelm Murnau e al quale contribuì lo stesso Flaherty. A quasi novant’anni di distanza, quel connubio tra realtà e fantasia rivive in Tanna, primo lungometraggio di finzione della coppia di documentaristi Bentley Dean e Martin Butler, in sala dal 4 maggio.

Girato sull’isola omonima, nell’arcipelago delle Vanuatu, Tanna racconta la storia di un amore proibito, quello tra una giovane ragazza, Wawa, e Dain, il nipote del capo della sua tribù di appartenenza. Quando il suo popolo decide di stipulare un accordo di pace con un popolo vicino, la ragazza viene promessa sposa ad un membro della tribù rivale. Wawa e Dain decidono di contravvenire alle regole del Kastom, la tradizionale cosmologia delle Vanuatu, e di trovare un possibile rifugio alle pendici del Monte Yahul, il vulcano-divinità che fa sentire tutta la sua mistica presenza.
Candidato al Premio Oscar come Miglior Film Straniero, senza l’occhio da esperti documentaristi dei suoi due registi, Tanna non avrebbe quel carico di meraviglia che invece porta con sè. Dean e Butler riescono a declinare una storia semplice, molto comune – e non è un caso che Wawa e Dain siano stati ribattezzati i Romeo e Giulietta del Pacifico – in un’opera che riesce a catturare il suo pubblico, travolgendolo in un crescendo di emozioni. Pur basandosi su una storia realmente accaduta, il fascino di Tanna sta nell’aver utilizzato quei luoghi e quei contesti così remoti per raccontare l’amore e i drammi che si porta dietro.

Ma oltre all’amore, in Tanna c’è di più. Nelle varie scene si respira un profondo sentimento panico, quella fusione tra elemento naturale ed elemento umano che sfocia quasi in misticismo. Ne sono esempio le scene ambientate sul vulcano Yahul: presenza inquieta ed inquietante, circondato dal nulla, quando erutta ci sentiamo come la piccola Selin, sorella di Wawa, che con i suoi occhioni contempla in silenzio il meraviglioso e potente spettacolo che ha davanti. Proprio con gli occhi della bambina osserviamo la natura nella sua immensa crudeltà e nella sua immensa bellezza, dimenticandoci di come scorrano, fuori dalla sala, le nostre comode vite da occidentali.

Con una struttura molto simile alla tragedia greca classica (con tanto di coro e divinità “assetata” di sacrificio), anche in Tanna c’è una lezione di fondo, ma Dean e Butler evitano accuratamente di ricorrere a qualsiasi impianto didascalico per presentarla al loro pubblico. Affidando a Selin il ruolo di guida, i due registi ci restituiscono uno sguardo innocente, ma potente, ci sfidano a spogliarci delle nostre convinzioni, dei nostri pregiudizi e a vivere, per quei 104 minuti, in un contesto che si trova ai nostri antipodi. Per scoprire, poi, le meraviglie di un racconto che, sì, parla un’altra lingua, ma che, alla fine, non è così tanto lontano dal nostro essere.

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Augusto D'Amante

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