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Whitney: i demoni di una star

Whitney: i demoni di una star

Il documentarista inglese Nick Broomfield porta al cinema la storia della carriera di una star del pop. Dopo il documentario Kurt & Courtney del 1998, Whitney porta sul grande schermo i demoni di Whitney Houston, tra successi, spiritualità e abuso di droghe. In sala dal 24 al 28 aprile.

11 febbraio 2012. Nella stanza di un albergo di Beverly Hills viene ritrovato il corpo esanime di Whitney Houston. La notizia rimbalza sui canali televisivi di tutto il mondo: la più potente delle voci del pop si è spenta improvvisamente, annegando in una vasca da bagno dopo aver assunto una grande quantità di droghe che l’hanno portata al collasso. Parte da qui Whitney, il documentario che l’inglese Nick Broomfield dedica alla vita e alla carriera della Houston, a cinque anni dalla sua morte.

Davanti ad uno specchio nel suo camerino, la Houston si tiene la testa tra le mani. Piange. Il successo, l’essere sotto riflettori, nera che canta per i bianchi, rifiutata dalla sua comunità: il peso di un talento sulle spalle e la voglia di distrarsi da tutto ciò. Ed è nelle droghe che Whitney trova questa fugace distrazione, in una dipendenza che diventa giorno dopo giorno sempre più àncora di salvezza, ma che in realtà la sta facendo sprofondare nell’oscurità.
A fronte di un budget limitato, Broomfield ripercorre ancora una volta le orme di una grande star della musica. Lo aveva già fatto nel 1998, quando il suo Kurt & Courtney aveva attirato su di lui le attenzioni di molti. Questa, però, non è un’indagine sulle cause della morte della cantante, come fu nel documentario su Cobain, ma la rappresentazione di una carriera costellata di successi, nella musica, prima, e nel cinema, poi. Il ritratto che ne viene fuori della Houston non vuole essere simbolico, emblematico, ma mette a nudo tutte le oscurità che quella voce portava con sé.

Dai cori gospel di Newark, nel New Jersey, all’esordio nel 1985 con l’album che porta il suo nome. Fino alle 190 milioni di copie di album e singoli vendute in tutto il mondo, ai 6 Grammy Awards, ai 2 Emmy e al record, nel 2006, di essere l’artista più premiata e famosa di tutti i tempi. “Nessuno mi fa fare quello che non voglio fare. E’ solo una mia decisione. Quindi il mio grande demone sono io: sono il mio miglior amico e il mio miglior nemico“. Così la Houston parlava a Diane Sawyer durante una sua intervista e sembra proprio che Broomfield, con questo suo documentario, sia riuscito a cogliere l’essenza di questa dichiarazione. Pressata da una famiglia che campa sui suoi successi, da un marito che soffre la popolarità della moglie, da una madre troppo pesante, Whitney arriverà a mettere in discussione tutto della sua vita, anche quell’amicizia profonda con Robyn Crawford, sua ombra fino al 1999.
Può sembrare riduttivo raccontare quasi trent’anni di carriera in soli 90 minuti, ma Broomfield riesce a far parlare ogni singolo fotogramma di quel materiale di repertorio che usa nel suo film, donandogli ulteriori significati e arrivando a scavare davvero a fondo. Tanto da arrivare a dare una risposta a quella domanda che la cantante più volte pone a se stessa e a chi le stava vicino: “Posso essere me stessa?“.

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Augusto D'Amante

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