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The Startup: Luca Di Giovanni, dalla gavetta a D’Alatri

Luca Di Giovanni (ph. by Eolo Perfido)

 

Teatro, web, televisione, radio e adesso cinema: Luca Di Giovanni, giovane promessa della recitazione in Italia, sarà tra i protagonisti di The Startup, il nuovo film di Alessandro D’Alatri che racconta la storia di Matteo Achilli, il giovanissimo fondatore del social Egomnia, dal 6 aprile in sala. Cresciuto nella provincia romana, Luca si è avvicinato alla recitazione facendo una lunga gavetta e con il film di D’Alatri si appresta al suo debutto in un ruolo importante: sarà, infatti, Giuseppe Iacobucci, l’ingegnere che aiuterà Achilli a sviluppare il software per Egomnia.

The Startup è il tuo debutto al cinema e non provieni da un percorso fatto di accademie o corsi di recitazione, ma sei un autodidatta. Come ci si sente?
Sì, ho fatto altre cose, ma questo è effettivamente il mio debutto sul grande schermo. Sicuramente è una bella soddisfazione, anche se bisogna contestualizzare il termine “autodidatta”. Non mi sono improvvisato attore, ma ho imparato questo mestiere nei teatri off, sui set indipendenti, con i cortometraggi: questo è il mio debutto in un contesto ufficiale, in un film importante e soprattutto in un ruolo così grande. Mi sono già visto altre volte sullo schermo, ma uscire in sala è un po’ il sogno che io ho sempre inseguito e credo che ogni attore che si confronta su un set con questo mestiere, sogna di raggiungere. È bello sapere che questo è un film che fa parlare, discutere. E questa è sicuramente una bella soddisfazione che ho conquistato col sudore, dopo tanta gavetta.

Ti sei costruito questa realtà da attore sul campo…
Io sono convinto che questo sia un mestiere artigianale e come tutti i mestieri di questo tipo spesso si tende ad abusare della parola arte. Noi siamo dei bottegai, degli artigiani, facciamo pratica: c’è chi ha la fortuna di stare a bottega da grandi maestri e magari ha modo di arrivare prima ad alti livelli, e chi come me, invece, che viene da un contesto di provincia, senza conoscere nessuno e senza avere una forte struttura dietro, e intraprende un cammino semplicemente più lungo. Alessandro D’Alatri per me è una figura chiave per la mia carriera. Il limite tra farcela e non farcela è piuttosto sottile poi ad un certo punto hai la fortuna di incontrare qualcuno di importante, e D’Alatri lo è, visto che fa questo lavoro ai massimi livelli da trent’anni. Ha creduto in me e mi ha dato una possibilità, offrendomi un ruolo bello e importante in un film di questo tipo. Per me, quindi, è stata una doppia, se non tripla, soddisfazione.

Com’è stato l’incontro con D’Alatri?
Son stato proposto come canonicamente accade dalla mia agente, D’Alatri non mi conosceva. Lui cercava attori che non fossero già noti, uno degli aspetti che ho molto apprezzato del progetto. Ho fatto un primo incontro da perfetto sconosciuto, lui mi ha dato la possibilità di fargli vedere quello che so fare, poi, quando mi ha raccontato il progetto, ed io mi sono detto interessato, mi ha offerto un provino su parte. Gli ho fatto una proposta basandomi sulle mie corde e su quello che avevo capito di questo personaggio: la mia proposta si è sposata bene con quello che lui cercava e abbiamo iniziato a conoscerci lavorando insieme. Ho trovato il suo modo di lavorare molto compatibile con il mio e mi è piaciuto molto lavorare con lui.

Conoscevi già questa storia?
Non conoscevo la storia di Matteo Achilli, devo essere sincero. Non sono uno che segue molto, sono abbastanza schivo, sulle mie e qualcuno mi rimprovera a volte di vivere fuori dalla cronaca. Non dal mondo, perché comunque ho i miei gusti e i miei interessi. Sapevo delle realtà delle startup e ho avuto modo di incontrare qualche giovane imprenditore. Quando Alessandro D’Alatri me ne ha parlato, mi sono subito andato ad informare e documentare e ho scoperto che c’era un mondo dietro. Ho pensato che era un bel copione e mi è sembrato che l’aspetto interessante di questa storia non fosse raccontare la scalata al successo di Achilli, ma raccontare questo andarsi a cercare una possibilità da parte di un ragazzo che viene dal basso e che all’inizio del film sembra non avere nessun tipo di speranza. Come Giuseppe, il mio personaggio, io vengo dal basso, non ho niente se non il mio talento, la mia energia, la mia voglia di fare e la mia rabbia, nel senso comunque costruttivo e vitale del termine. Ho trovato molte cose interessanti. Poi ho avuto anche la fortuna di conoscere Matteo Achilli in persona, per cui mi sono anche appassionato a questa storia.

Il tuo personaggio è una sorta di “aggiusta-tutto”. E’ quel tipo di personaggio che cerca di sistemare varie situazioni incrinate presentate nel film e riveste un ruolo importantissimo nel rimettere con i piedi per terra Matteo…
Giuseppe è un vero e proprio compagno di viaggio, una sorta di grillo parlante o, in alcuni momenti, la voce della coscienza di Matteo. Noi abbiamo cercato di lavorare per differenziare il percorso di questi due ragazzi perché entrambi, all’inizio, nonostante il loro primissimo incontro che li fa subito sembrare opposti, diversi, quasi in conflitto, entrano in sintonia perché si appassionano al progetto. Entrambi vengono dal basso, nonostante Matteo sia più ambizioso, molto più lanciato in un discorso social che invece Giuseppe non considera affatto. Poi quando Matteo spicca il volo e prende delle sembianze un po’ diverse da quelle iniziali, Giuseppe ha proprio questo ruolo di riequilibratore: lo riporta con i piedi per terra. Giuseppe è, secondo me, proprio terra, radici, ed è quello che serve a Matteo per continuare ad avere la testa sulle spalle. Anche la parlata di Giuseppe è stata caratterizzata in questo senso. Il mio personaggio ha studiato, è molto intelligente, colto, però se ne frega della forma e guarda la sostanza delle cose, imparando anche a ridimensionare i propri sogni. Porta con sé una certa stabilità, fondamentale per Matteo.

Ti sei ispirato al vero Giuseppe?
Non ho voluto incontrare il vero Giuseppe Iacobucci, non gli ho nemmeno parlato, in accordo con D’Alatri. Abbiamo deciso di non andarci ad ispirare a lui, di non copiare. Giuseppe ha visto il film e mi ha mandato un messaggio dopo la visione in cui mi faceva i complimenti per aver colto delle sfumature della sua anima, nonostante io non l’abbia conosciuto. Mi ha fatto molto piacere e penso che questo modo di lavorare abbia centrato il suo obiettivo.

Visto il film, l’Italia, secondo te, è un paese per giovani?
No. L’Italia non è un paese per giovani e forse le cose, da un certo punto di vista, è anche ingenuo pensare che possano cambiare. Però noi ci siamo ora, siamo giovani ora, per cui non possiamo perdere tempo a lamentarci. E soprattutto non ci dobbiamo dimenticare di quanto siamo fortunati ad avere tutto, addirittura il tempo e la possibilità di annoiarci. Ci siamo un pochino rammolliti, secondo me, generazione dopo generazione. I miei genitori e, ancor di più, i miei nonni hanno tirato avanti in situazioni anche peggiori di difficoltà sociali. L’Italia, forse, non sarà mai un paese per giovani, da noi ci sono troppe grandi strutture che ci rallentano, che non danno velocità alla nostra società. Non c’è forse la voglia di cambiare, ma noi non dobbiamo stare lì appresso alle istituzioni o alla politica e fare il loro gioco, noi dobbiamo essere figli del nostro tempo: abbiamo la tecnologia, abbiamo la possibilità di far arrivare un’idea tramite un social, come racconta pure il film, a milioni di persone. Quindi dobbiamo trovare dei nuovi modi che non esistono ancora e che non esistevano fino a dieci anni fa per far arrivare la nostra voglia di fare cose buone. Magari è il mondo a non essere un posto per giovani, sicuramente la nostra società è abbastanza complessa, però noi non abbiamo scuse, secondo me: dobbiamo rimboccarci le maniche e andare velocissimi. C’è bisogno di raccontare storie come questa, non per celebrare il successo, ma semplicemente per raccontare come un ragazzo ce l’ha fatta a far arrivare la sua energia, le sue idee a tanta gente. Quello che ci interessava era lanciare un messaggio: non è fantascienza, è successo davvero ed è successo qui, in Italia, cinque anni fa. Si può fare. È davvero un discorso aperto a chiunque ci si voglia rivedere, a chiunque abbia voglia di prendere ispirazione.

Che tipo di startup lanceresti?
Io sono la mia startup e la mia startup l’ho iniziata quando ho cominciato a fare questo mestiere folle e questa vita priva di ogni certezza e ogni appiglio. Non solo ho già iniziato il mio percorso, ma sto credendo nella startup più assurda che ci sia: la mia persona. Non perché io sia una persona speciale, ma chiunque intraprende questa strada, tutto sommato è un imprenditore di se stesso, perché lavora con uno strumento che è il suo corpo, la sua voce, la sua persona, per cui deve costantemente aggiornarsi, rendersi interessante, stare sul pezzo. Nell’imprenditoria classica sono negato, ma tutto sommato sono già una startup.

Hai qualche modello di riferimento?
Chiaramente sono ispirato da tante fonti e da tanti idoli, non devo ringraziare nessuno in particolare, ma mi piacerebbe ricalcare il cammino di Nino Manfredi. Un attore straordinario, una persona che ha sempre mantenuto una umiltà e una freschezza come quelle che aveva agli inizi. Veniva dal nulla, da una provincia povera e, fatte le dovute proporzioni, un po’ mi rivedo e spero di diventare almeno solo un decimo di quello che lui è stato.

Tra l’altro nel tuo futuro c’è un film su Nino Manfredi…
Sì: ho avuto modo di conoscere suo figlio e la sua famiglia e lavorando su questo film mi sono sicuramente appassionato ancora di più a questa figura. Ci sarà questo film che andrà in onda su RaiUno, poi a teatro, con Giuseppe Zeno, porto Il Sorpasso, nel ruolo che era stato di Trintignant nel film di Risi. Ho altri due film indipendenti diretti da due esordienti, Mirko Virgili e Lorenzo Giovenga, e poi 1993…insomma, tante cose in ballo. Chiaramente ti sembra sempre di fare poco e vorresti fare di più, ma devo ammettere che ho passato momenti peggiori.

 

Fotografia di Eolo Perfido.

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Augusto D'Amante

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