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L’altro volto della speranza: La parabola di un maestro

L’altro volto della speranza: La parabola di un maestro

L’altro volto della speranza è la nuova fiaba malinconica del maestro finlandese Aki Kaurismaki, che affronta il tema dell’immigrazione a sei anni dall’ultimo Miracolo a Le Havre. In sala dal 6 aprile.

Un commesso viaggiatore, un profugo di Aleppo e una comune aspirazione al cambiamento, all’ideale di una nuova vita. L’altro volto della speranza è l’ultima fiaba di Aki Kaurismaki, massima espressione del cinema finlandese e vincitore dell’Orso d’Argento per la miglior regia all’ultimo Festival di Berlino, che torna ad affrontare a modo suo il tema dell’immigrazione a sei anni di distanza da Miracolo a Le Havre, suo ultimo lungometraggio.

Khaled (l’esordiente Sherwan Haji) viene dalla Siria e dopo un viaggio della speranza si ritrova nel porto di Helsinki dove proverà a ottenere lo status di rifugiato politico e cercherà la sorella, unica familiare superstite, di cui ha perso le tracce. Wikström (Sakari Kuosmanen, attore feticcio di Kaurismaki) è un commesso viaggiatore che lascia moglie e lavoro e cambia vita, acquistando La Pinta d’Oro, un ristorante sulla via del fallimento che cercherà di rilanciare. I destini di Khaled e Wikström finiranno per incrociarsi tra centri immigrati, assalti xenofobi e improbabili pietanze giapponesi.

Lo stile di Kaurismaki è da sempre uno dei più riconoscibili nel mondo della settima arte e L’altro volto della speranza non fa eccezione. Da un lato una storia che cerca di non incanalarsi nel binario del luogo comune, nel binomio semiotico che pretende che gli immigrati siano oggetto di compassione o subdola minaccia all’ordine sociale ed economico.  Dall’altro il lavoro impeccabile sui dialoghi, che mescola l’essenzialità laconica di un Samuel Beckett dei giorni nostri a un umorismo surreale e irresistibile, sempre sul filo dell’aforisma.

Kaurismaki riesce, in ogni storia che racconta, a ricreare un mondo tutto suo, e ci riesce ancora meglio nella sua Helsinki mesta e un po’ antiquata che cerca di rifarsi il volto, di trasformare le sue taverne in moderni sushi bar ma che finisce comunque per arrendersi alla sua natura, ai boccali di birra, al fumo delle sigarette e alle scatole di sardine. L’altro volto della speranza è un film delicato e sopra le righe, con un finale inevitabilmente aperto ma permeato di uno sfuggente e impalpabile ottimismo, è la riflessione semplice di un uomo saggio che sa di non poter smuovere le coscienze con una parabola ma che comunque non si tira indietro. Piccola nota di merito per una colonna sonora che mescola suggestioni scandinave ad altri generi musicali, tango, blues e folk su tutti.

 

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Marcello Lembo

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