LOGO
,

Ghost in the Shell: Anime in un corpo nuovo

Ghost in the Shell: Anime in un corpo nuovo

Scarlett Johansson e Takeshi Kitano sono i protagonisti di Ghost in the Shell, thriller futuristico tratto dal manga di Masamune Shirow e influenzato dalla lezione di Blade Runner e dello scrittore Philip K. Dick. In sala dal 30 marzo.

Corpi potenziati, anime fragili. Sono tanti i fantasmi che si aggirano nei gusci di Ghost in the Shell, il remake in live-action targato Paramount del cult animato di Mamoru Oshii, a sua volta tratto dal manga di Masamune Shirow. E mentre i fan della prima ora ancora si interrogano sul casting di Scarlett Johansson, sull’opportunità di scegliere un’attrice occidentale in un ruolo squisitamente orientale, per il film di Rupert Sanders e per il suo cast multietnico (oltre alla Johansson ci sono il giapponese Takeshi Kitano, l’americano Michael Pitt, la francese Juliette Binoche e il danese Pilou Asbæk) è giunta l’ora della sala e della sfida al botteghino.

La storia, che vive delle suggestioni di Blade Runner e del suo ispiratore, Philip K. Dick, è quella del maggiore Mira Killian (Johansson), una coscienza umana impiantata in un corpo robotico al servizio della Sezione 9, squadra antiterrorismo del ministero della Difesa, in una metropoli futuribile e all’insegna della fusion di nome Newport City. Mira e il suo collega, Batou (Asbæk), si trovano a fronteggiare la minaccia dell’hacker Kuze (Pitt) che riesce a prendere il controllo delle azioni dei robot ma anche degli esseri umani.

La sceneggiatura firmata a sei mani da Jamie Moss, William Wheeler ed Ehren Kruger e la regia di Sanders pescano a piene mani dal materiale originale, arrivando a replicare alcune sequenze dell’anime inquadratura per inquadratura. Ma la riflessione sull’identità, che pure è un elemento portante anche di questo remake in live-action, rinuncia all’ambizioso sguardo al futuro che avevano le opere più cerebrali di Shirow e Oshii. La scelta di Sanders e soci è quella di puntare sul passato, sulla ricerca delle proprie origini, una ricerca emozionale, rassicurante e indubitabilmente più mainstream. E forse è questo il vulnus che a livello più o meno subliminale rischia di alienare le simpatie degli aficionados, molto più di un casting che, a dispetto dei detrattori, vede una Scarlett Johansson in sintonia con il personaggio, un’eroina d’azione preda dei dubbi e venata di una fredda malinconia.

Per chi è a digiuno di Ghost in the Shell sarà decisamente più facile calarsi nelle atmosfere, lasciarsi prendere dal meccanismo. Vuoi perché in fase di concept design il film sfrutta a pieno le sue potenzialità visionarie, vuoi perché la regia di Sanders fa un netto balzo in avanti rispetto al vuoto patinato di Biancaneve e il Cacciatore, sua opera prima. Il film, che sarebbe un peccato ingabbiare nei confini ristretti di un piccolo schermo, ha nel suo apparato visivo una marcia in più, pure rispetto all’opera di Oshii. E non esita a prendere spunto anche da influenze esterne, come dimostra la presenza di un Takeshi Kitano che incanala lo spirito dei bei tempi che furono, da Hana-bi a Sonatine fino all’escursione hollywoodiana di Brother. Tutto sommato però Ghost in the Shell, pur rientrando ampiamente nel canone della sufficienza, non è quello zenith narrativo che furono a loro tempo sia il manga che l’anime di Oshii ed è fin troppo facile fare un parallelo tra il film e la sua protagonista, che ha rinchiuso un vecchio fantasma in un nuovo guscio ma che nel passaggio ha finito comunque per perdere qualcosa.

About the author
Marcello Lembo

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top