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Sfashion: Se il mondo della moda va a pezzi

Sfashion: Se il mondo della moda va a pezzi

Nel suo passato ci sono la fotografia e la Factory di Andy Warhol, è cresciuto in una famiglia di imprenditori e commercianti, conosce da vicino il mondo delle imprese e sa cosa voglia dire la parola crisi anche per chi si ritrova dall’altre parte della barricata. Deve essere anche per questo se il suo film, Sfashion, in sala dal 23 marzo, racconta la crisi nel mondo del tessile e del manifatturiero in Italia attraverso la storia del declino di un’imprenditrice onesta, Evelyn (Corinna Coroneo, che qui è anche co-sceneggiatrice), arrivata persino a vivere all’interno dell’azienda di famiglia pur di salvarla.

Mauro John Capece è un tipo punk, gli piace osare e in Sfashion lo fa con folli, ma non del tutto riuscitissimi, deliri onirici e intermezzi mistici (i riferimenti cristologici, gli incubi della protagonista che diventano la personificazione horror di un profondo senso di colpa, i dialoghi con il defunto nonno). Il film, che come suggerisce il titolo è il ritratto del progressivo smantellamento di un mondo abituati a vedere quasi sempre ritratto in edulcorate copertine glamour, nasce da una suggestione: “Tre anni fa, per questioni di lavoro, mi recai in un’azienda di moda. – spiega il regista – Arrivai troppo tardi: era piena di telai vuoti. L’unica presenza in tutta l’azienda era quella di una donna, forse la segretaria, che allattava un bambino mentre rispondeva al telefono ripetendo sempre la stessa frase: ‘Il titolare non c’è’. Tornai a casa e quella notte sognai questo film: la via crucis di un imprenditore in quattordici stazioni”.
Lo definisce un film “nero come la fame, perché è inutile edulcorare le cose”, oltre che “emotivo perché ripercorre le emozioni della crisi, quelle di cui nessuno ha mai parlato, perché non tutti gli imprenditori sono dei furbetti e dietro ogni azienda spesso ci sono dei sogni”.

Capece punta il dito contro il “sistema Italia” che non ha mai tutelato abbastanza le sue eccellenze: “La moda italiana oggi è un’arte massacrata dal mercato cinese, dall’Iva al 22% e nessuno ha mai fatto nulla per proteggerla”.  E nel film è un “contenitore visivo”, un pretesto per raccontare le difficoltà di un’imprenditoria schiacciata dalla crisi e per esplorare la disperazione che il senso comune riconosce solo come prerogativa della classe operaia.  “Tutti i film – dichiara Capece – hanno affrontato il tema della crisi dal punto di vista degli operai, degli impiegati, degli extracomunitari, dei criminali o dei disoccupati, dimenticando completamente di parlare degli imprenditori onesti che sono, dal dopo guerra, il vero motore della nostra nazione”.

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Elisabetta Bartucca

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