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Life – Non oltrepassare il limite: Alieni all’epoca di Gravity

Life – Non oltrepassare il limite: Alieni all’epoca di Gravity

Jake Gyllenhaal, Rebecca Ferguson e Ryan Reynolds sono i protagonisti di Life – Non oltrepassare il limite, un thriller spaziale che mescola le atmosfere di Gravity alla formula di Alien. Dirige lo svedese Daniel Espinosa. Dal 23 marzo al cinema.

Lo spazio e l’orrore. Il fascino dell’ignoto e il magnetismo della paura. A 28 anni da quell’Alien che di queste due sensazioni faceva il cardine della sua narrativa arriva Life – Non oltrepassare il limite. Si tratta di una pellicola diretta da Daniel Espinosa, regista svedese a dispetto del nome, qui alla terza prova hollywoodiana dopo i thriller Safe House e Child 44, e interpretata da Jake Gyllenhaal, Ryan Reynolds e dalla Rebecca Ferguson che affiancava Tom Cruise nell’ultimo Mission Impossible.

Ambientato sulla ISS, la Stazione Spaziale Internazionale, Life racconta di un’equipe di astronauti scienziati alle prese con un inatteso primo contatto. Una forma cellulare inerte rinvenuta su dei campioni provenienti da Marte. Alla ricerca dei segreti della vita stessa e accompagnata da un comprensibile entusiasmo la squadra di cui fanno parte sei astronauti assisterà alla rapida e inattesa evoluzione dell’organismo, un risveglio che spazzerà via i sogni e le illusioni in un crescendo sanguinoso e cruento che si trasformerà ben presto in una lotta per la sopravvivenza.

La sceneggiatura, scritta dagli stessi Rhett Reese e Paul Wernick che avevano fatto di Deadpool il cinecomics più riuscito della scorsa stagione, aggiorna il mito dell’Alien ai nuovi canoni della scienza e alle nuove sensibilità della fantascienza. Da un lato l’orizzonte del pianeta rosso, così lontano e così vicino, prossimo obiettivo dei programmi spaziali di tutto il mondo, dall’altro quella fantascienza tinta di verismo – per quanto possa sembrare un ossimoro – che aveva dato linfa al successo di Gravity e spessore al Matt Damon di Sopravvissuto – The Martian. La formula narrativa – granitica, inscalfibile – è sempre quella del survival horror, invece. Una minaccia esterna, un luogo confinato, una serie di vittime da uccidere in sequenza. Un canovaccio che nelle sue infinite iterazioni ha sempre ribadito i suoi pregi e i suoi difetti. Da un lato l’escalation di un’innegabile tensione, dall’altro quelle esigenze di sceneggiatura che prima o poi costringono i personaggi ad aprire la porta con dietro il mostro e a fare in genere tutto quello che non si dovrebbe fare.

Regista e sceneggiatori si dividono i compiti allora. Daniel Espinosa alla regia cerca di esaltare i pregi, Reese e Wernick cercano di contenere i difetti. E se il granito in cui è scolpita la formula lascia davvero poco spazio all’ossigeno dell’originalità va riconosciuto che rispetto ai colleghi di tanti altri film i protagonisti di Life – Non oltrepassare il limite mantengono accesa la fiaccola della razionalità fino agli ultimi istanti e questo non è poco. Dal canto suo Espinosa mantiene alta l’attenzione modulando il tono narrativo, sfruttando la rapidità nel cambio di passo. E così l’idillio della prima mezz’ora, degno del primo Steven Spielberg, lascia bruscamente il posto al risveglio cinico del mostro, alla lotta spietata con gli astronauti, venando di un cupo pessimismo anche la parola “Life” del titolo. In tutto questo a perdersi sono forse gli attori. Non tanto perché recitino male ma perché nella sceneggiatura che si trovano a leggere non c’è posto per la profondità, non c’è modo di trasformare il loro mestiere in sforzo creativo. L’astronauta David Jordan (Gyllenhaal), che non ha più voglia di tornare sulla Terra, la sua collega Miranda North (Ferguson), responsabile di quarantena, sono sostanzialmente svolte narrative che prendono corpo, ingranaggi in un meccanismo. Un meccanismo, quello di Life – Non oltrepassare il limite, che però funziona pure al netto dei suoi difetti intrinsechi, pure al netto di un’originalità impossibile.

 

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Marcello Lembo

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