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Elle: Paul Verhoeven, “L’esclusione dagli Oscar? Un fatto politico”

L’iconica scena di Sharon Stone che accavalla le gambe in Basic Istinct non ci sarebbe mai stata se non si fosse ricordato di girarla. L’aveva completamente dimenticata, allora fece qualche ciak in fretta e furia quando sul set erano rimasti ormai soltanto lui, il direttore della fotografia e la Stone; poi la rivide in sala di montaggio e gli venne quasi da ridere, ma decise insieme al suo montatore di tenerla. E il resto è storia. Prima c’erano stati Robocop e Atto di forza che gli avevano permesso di conquistare Hollywood, poi sarebbero arrivati il bistrattato Showgirl, il fantasy ‘satirico’ Starship troopers, L’uomo senza ombra e Black Book.
Oggi Paul Verhoeven torna a parlare ancora di donne con i toni che gli sono più congeniali, quelli più conturbanti e provocatori. Lo fa con Elle, in sala dal 23 marzo, candidato agli Oscar per l’interpretazione di Isabelle Huppert, ma non come Miglior Film straniero, un’esclusione che il regista non esita a definire “un fatto politico”.
La pellicola infatti, basata sul romanzo “Oh…” di Philippe Djian, ha avuto un cammino difficile sin dal momento della sua produzione. Storia di una donna che finisce per instaurare una relazione sadomasochista con il proprio stupratore, ha costretto il regista a trovare riparo in Europa dopo i vari no ricevuti Oltreoceano. “Sicuramente il terzo atto del film è una parte molto difficile che gli americani non hanno accettato; quel momento di transizione, in cui la protagonista passa dall’essere vittima ad avere un tipo di rapporto sadomasochista con il proprio violentatore, è davvero controverso e non ci ha consentito di raccogliere i finanziamenti necessari alla realizzazione del film negli Stati Uniti o di trovare attrici disposte a farlo”, spiega Verhoeven durante la presentazione romana di Elle.
Intanto il regista olandese si prepara a rimettere mano al progetto su Gesù di Nazareth tratto dal suo libro “L’ uomo Gesù. La storia vera di Gesù di Nazaret”, prima però girerà un film “su due suore, sarà ambientato in Toscana nel Medioevo vicino Firenze, in un monastero”. Il titolo provvisiorio è Blessed virgin e si baserà sul saggio di Judith C. Brown, “Immodest Acts – The life of a lesbian nun in Renaissance Italy”.

Elle affronta la violenza sulle donne anche con molta ironia. Quanta ce n’era nel soggetto originario e quanta invece ne ha voluta aggiungere?
L’ironia era un elemento già presente nel romanzo di Philippe Djian, che passa spesso da parti di durissima violenza ad aspetti più sociali, come ad esempio gli incontri del personaggio con tutte le persone che la circondano. Io poi mi sono impegnato a enfatizzare questo aspetto perché non volevo fare un film che fosse un thriller e quindi collegato a un genere specifico: ci sono degli elementi noir come l’uomo mascherato, la violenza, ma c’è anche tutta una serie di rapporti sociali che Elle intrattiene con il mondo intorno che sono parimenti importanti. Oggi nel cinema si tende a categorizzare troppo, ma la vita non è un genere, è fatta di mattine in cui ti svegli e senti cose tragiche mentre di sera magari torni a casa e ridi per qualcosa che hai sentito in tv.

Quasi tutte le protagoniste dei suoi film rivelano degli aspetti borderline. È attratto dalle donne tormentate?
Direi di no! E non penso che la protagonista di Elle sia una donna tormentata, anzi è abbastanza normale come lo è anche la protagonista del mio film precedente Black Book, una ragazza ebrea che cerca di sopravvivere durante l’occupazione tedesca.
Michèle è una donna che ha subito dei traumi nell’infanzia e il cui carattere è stato forgiato in quegli anni, la vedo più come  una sopravvissuta che rifiuta di essere vittima o di essere trattata come tale, tanto che
quando i suoi amici le dimostrano compassione, lei taglia corto. Non è né squilibrata né tormentata, è semplicemente il suo carattere.

Come è riuscito a convincere Isabelle Huppert ad accettare la parte?
La Huppert era interessata al progetto ancor prima che venissimo coinvolti io e il produttore Said Ben Said. Ma vivendo negli Usa e avendo io lavorato a Los Angeles, Said mi propose di realizzare il film negli Stati Uniti, così abbiamo trovato uno sceneggiatore che scrivesse un adattamento inglese del romanzo e abbiamo cominciato a mandare in giro la sceneggiatura.
Dopo diversi mesi di ricerca non siamo riusciti a trovare né dei finanziatori né delle attrici disposte ad accettare la parte, perché ai loro occhi era un ruolo troppo controverso e problematico.
Per questo abbiamo riportato il film in Europa e siamo tornati umilmente dalla Huppert, che ha accettato immediatamente, senza pensarci neanche un attimo; con lei non è stato nemmeno necessario discutere di alcuni aspetti da un punto di vista psicologico o freudiano, perché ha acconsentito a realizzare tutto ciò che era contenuto nella sceneggiatura.
Isabelle è una persona estremamente audace non c’è stato bisogno di insistere su nulla, fa quello che crede il personaggio debba fare senza bisogno di attirarsi le simpatie del pubblico e del resto sono anche io così.

La modifica più importante è stata quella di trasportare tutta l’ambientazione del film nel mondo dell’ industria dei videogame. Come è nata l’idea?
La decisione di far fare a Michelle il lavoro di una manager di una compagnia che realizza videogiochi, in realtà non nasconde nessun tipo di interesse nei confronti dell’argomento su videogame e violenza, il motivo di questo cambiamento è molto più banale.  Nel racconto originale la protagonista è la direttrice di un gruppo di sceneggiatori che scrivono per il cinema e la televisione e da un punto di vista visivo sarebbe stato molto difficile mostrare sul grande schermo una ventina di persone sedute attorno al tavolo a discutere di sceneggiature. Sarebbe stato noioso oltre che scollegato dal resto della storia; si trattava di una situazione troppo astratta da poter mettere in pellicola. Parlandone una sera a cena mia figlia più piccola, che conosce molto bene quel mondo, mi propose l’idea dell’industria di videogame e il mio sceneggiatore che è un grande appassionato di videogiochi, ha subito colto la palla al balzo.

Che tipo di cinema dobbiamo aspettarci sotto Trump?
Forse film sulla guerra e spero che sia non per esaltarla ma per criticarla. Mi auguro che Hollywood continui a essere molto critica con l’amministrazione Trump, con film di cui spero di far parte.
La la land, una pellicola ottimista e che ci riporta ai vecchi tempi, è già un esempio di ciò che Hollywood potrebbe fare sotto Trump: un cinema di evasione, perché ci sarà bisogno di evadere da questo momento politico così difficile e pericoloso.

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Elisabetta Bartucca

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