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Guglielmo Poggi, da Viva l’Italia a Beata ignoranza. Vita da ‘pivot’

 

I suoi personaggi sono spesso il motore scatenante dell’azione comica –  in Smetto quando voglio è il giovane studente che con una pasticca apre al personaggio di Edoardo Leo le porte della vita notturna, e ne L’estate addosso è Vulcano, colui che dà il via all’avventura del film -, ama definirsi “un caratterista”, un giorno spera di poter esordire nel suo primo ruolo da protagonista magari con Paolo Virzì ma non gli dispiacerebbe se a tenere il suo battesimo sul grande schermo fosse qualcuno della “nuova guardia del nostro cinema, quelli con cui ho già lavorato, ragazzi in gamba che hanno studiato e fatto tantissima gavetta, quelli che un sistema bigotto che predilige il vecchio al nuovo non è riuscito a uccidere”.
Guglielmo Poggi ha solo 24 anni, eppure ha le idee chiare: a 18 sarebbe potuto partire con il suo migliore amico in America e invece è rimasto qui per inseguire i suoi sogni. Quello della recitazione è diventato realtà portandolo a teatro (Romeo e Giulietta di Gigi Proietti, Mar del Plata di Claudio Fava) e sui set delle commedie più brillanti degli ultimi anni, ma gli lascia anche il tempo di dedicarsi alla regia di un corto autoprodotto in viaggio verso Cannes, “Fino alla fine del mondo” (sulla vicenda dei due ragazzi che si sono tolti la vita in diretta su Periscope) e di coltivare l’amore per la musica con il suo gruppo, gli Eretica: “Ho sempre studiato da autodidatta grazie a mio padre che fa il musicista; la musica è pericolosa ed eccitante al tempo stesso, è come camminare su un filo sospesi a mezz’aria, guardi le persone ballare, cantare ed emozionarsi e vedi le loro reazioni. Mi è sempre piaciuta l’idea di godersi certe sensazioni che solo la musica può darti”, mi racconta quando lo raggiungo al telefono per parlare del suo ultimo film, Beata Ignoranza, in sala dal 23 febbraio, che lo vede lavorare nuovamente con Massimiliano Bruno dopo Viva l’Italia.
Un film sulle storture della tecnologia in cui interpreta Binetti, uno smartphone addicted che con il telefonino riprenderà i suoi due professori (Alessandro Gassmann e Marco Giallini) durante un litigio, e che ancora una volta avvierà l’azione dell’intera storia.

Massimiliano Bruno è una tua vecchia conoscenza: che rapporto vi lega?
Massimiliano è diventato un amico, una persona importante non solo per il mio percorso professionale, ma anche nel mio vissuto personale. Rimane per me uno dei registi più illuminati in Italia soprattutto nell’uso degli attori: fa dei film sinceri e commoventi in un’epoca dominata da tanta estetica e commediacce. Ha il dono di affrontare temi sempre molto importanti.

E con Gassman e Giallini come è andata?
Gassman è l’attore più generoso che conosca, ama il suo lavoro e sul set ti dà tutto; da Giallini invece ho imparato cosa vuol dire lasciarsi andare, quando hai un carisma e una personalità così forti bisogna fidarsi e lui lo fa meglio di chiunque altro.

Binetti si affida completamente alla rete, ne è dipendente. E tu?
Con i social ho un rapporto molto diverso da quello del mio personaggio; li uso tanto e mi piacciono, ma ne apprezzo soprattutto l’aspetto comunicativo, la possibilità di mantenere i contatti con persone lontane, conoscerne di nuove e sviluppare delle discussioni.
Non sono uno di quelli che fotografano tutto, ma non rinuncio a dire spesso quello che penso. Se usati bene sono molto utili, in fondo come diceva anche Shakespeare in ogni cosa della natura c’è una parte buona e una cattiva e la mia generazione forse ha scelto quella sbagliata, affidando alla comunicazione virtuale dietro uno schermo tutto quello che si dovrebbe fare davanti.
Per chi fa questo lavoro poi, non essere presente sui social equivale praticamente a non esistere e l’ho vissuto direttamente sulla mia pelle: prima di condividere una foto dal red carpet di Venezia nessuno mi considerava un attore, ma solo uno che ci provava. Poi posti una foto di scena o una clip ed ecco che improvvisamente si accorgono di te; è una vera condanna.

A proposito di vita immaginaria, il lavoro dell’attore in fondo è quello di vivere la vita degli altri. Che tipo di rapporto hai con questo aspetto del tuo mestiere?
Non sono un grande fan della scuola americana e non penso che il personaggio debba modificare il tuo modo di vivere, ma credo al contrario che un attore si debba prestare a chi interpreta.
I personaggi mi danno spesso la possibilità di esplorare cose che non immaginerei mai di poter fare e mi rimangono nel cuore. Come nel caso di Mar de Plata, lo spettacolo di Claudio Fava ambientato nell’Argentina degli anni ’70, su una squadra di rugby decimata dal regime di Videla solo per aver fatto un minuto di silenzio per un amico scomparso: non avrei mai avuto la forza di quei ragazzi, penserei invece al mio orticello, penserei al fatto che sono un giovane attore e che non avrei il coraggio di andare a fare il partigiano come mio nonno.

Hai lavorato in produzioni molto fortunate: Smetto quando voglio, Viva l’Italia, L’estate addosso. Cosa hai potuto rubare da quei set?
Ovunque vada mordo, rubo e porto via, ho avuto a che fare con il meglio che potesse capitare a uno come me, che sono principalmente un caratterista. Smetto quando voglio ha dei momenti di grandissimo cinema e ho preso qualcosa da tutti: da Sidney ho imparato cosa significa dirigere dei grandi attori, Edoardo Leo mi ha insegnato come chiudere le battute, Stefano Fresi come rapportarti al testo e alla macchina da presa.
L’estate addosso invece, mi ha fatto incontrare Gabriele Muccino, che considero il regista più visionario e creativo per quel genere di film. È uno scienziato della macchina da presa, gira con una precisione millimetrica e per me è stato un esercizio pazzesco.

I tuoi modelli?
Nella vita mio padre, per l’estrema capacità di essere libero, professionalmente tutti quegli attori italiani che rischiano personalmente, mettono la faccia in tutto ciò che fanno, hanno studiato, hanno fatto tanta gavetta e hanno il successo che meritano. Sono loro il mio modello e questo è il mio sogno, a 18 anni sarei potuto partire con il mio migliore amico per New York e invece sono rimasto qui perché erano gli anni de L’imbalsamatore e poi de Il divo e ho pensato che in questo paese si potesse fare arte. Continuo a pensarlo ed è quello per cui lotto tutti i giorni.

A primavera ti vedremo nel film di Alessandro D’Alatri.
Sarò un cattivo, una di quelle persone divertite dalla vita, che pensano solo a godersela e basta. Mi piacciono molto i ruoli dei cattivi, antipatici e rovinatori della vita altrui.

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Elisabetta Bartucca

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