LOGO
,

La Legge della Notte: Gangster senza storia

La Legge della Notte: Gangster senza storia

Ben Affleck porta sullo schermo La Legge della Notte, gangster story vissuta tra Boston e la Florida, tratta dal bestseller di Dennis Lehane. In sala dal 2 marzo.

Due bostoniani e una gangster story. Se si dovesse ridurre a poche parole La Legge della Notte sarebbe questo e poco altro. Eppure i due bostoniani non sono due bostoniani qualunque. Uno è un divo di Hollywood che quando si mette dietro la macchina da presa non è mai banale, l’altro è una fabbrica di bestseller che con la celluloide sembra avere un rapporto privilegiato. Ben Affleck non dirigeva una pellicola dai tempi di Argo, premio Oscar come miglior film nel 2013, Dennis Lehane ha scritto romanzi che un appassionato di cinema non può non conoscere, Mystic River e Shutter Island su tutti. Non si tratta di una collaborazione ex novo perché da un romanzo di Lehane, Gone baby gone, Affleck firmò la sua prima regia. Eppure stavolta non tutto è andato per il verso giusto.

Il nuovo Batman del grande schermo interpreta il personaggio di Joe Coughlin, reduce della prima guerra mondiale, figlio di un commissario di polizia (Brendan Gleeson), rapinatore per vocazione e anche un po’ per amore di Emma (Sienna Miller) che, per inciso, è anche la pupa di un boss (Robert Glenister). Scoperto l’affaire Joe si mette sotto la protezione di un altro boss, Maso Pescatore (un redivivo Remo Girone), e comincia una nuova carriera e una nuova vita lasciando la Boston natia in favore della Florida. Lì la sua strada si incrocerà con un’affascinante esule cubana (Zoe Saldana), con il Ku Klux Klan e con una giovane predicatrice (Elle Fanning), mentre l’era del proibizionismo e la battaglia sul gioco d’azzardo finiranno per rappresentare una sorta di crepuscolo per le sue ambizioni di gangster.

Quando nel Risiko di Hollywood si diffuse la notizia che due stelle di prima grandezza, Leonardo DiCaprio (in veste di produttore) e Ben Affleck (regista e attore protagonista), si stavano alleando per portare sullo schermo un altro romanzo di Lehane tra gli appassionati si scatenò un certo entusiasmo. Vuoi perché dopo Argo le aspettative sull’Affleck regista erano molto alte, vuoi perché sia nel meno riuscito Batman v Superman, sia nel più divertente The Accountant l’attore era stato una delle note più liete. Eppure l’illusione di trovarsi di fronte a un thriller crepuscolare e intrigante com’erano stati Argo e il precedente The Town viene meno a ogni minuto che passa, vittima forse di un eccesso di carne al fuoco.

A un primo sguardo non c’è niente che non vada in La legge della notte. Nel segmento bostoniano del film assistiamo a qualche buona prova d’attore (l’inappuntabile Brendan Gleeson) e a delle sequenze d’azione più che degne mentre si sviluppa una love story, quella tra Joe ed Emma che certo non verrà ricordata dalla storia del cinema per chimica e coinvolgimento. Ma quello che potrebbe essere solo il passaggio meno riuscito di un film comunque valido si rivela in realtà solo il primo preoccupante scricchiolio di una struttura traballante perché a poco a poco il senso di apatia avvolge tutta l’operazione che pure di temi ne affronta tanti, forse troppi. Quello della tolleranza, quello dell’onore, quello di un rapporto difficile, se non impossibile, tra padri e figli. Un importante contributo alla barca che affonda lo dà pure un setting eccessivamente ricercato, appesantito da un perfezione formale che finisce per essere controproducente. Le macchine d’epoca sono tutte lucide, come appena uscite dal concessionario, i vestiti calzano a pennello, gli ambienti sono ricostruiti con una cura maniacale e anche un po’ asettica. Piccoli particolari che finiscono per trasformare l’artificio hollywoodiano in “artificioso hollywoodiano”. Una sola sillaba che cambia un mondo, che lo fa appassire, che spazza via l’illusione della realtà.

Ben Affleck dal canto suo non sembra avere a disposizione grosse contromisure, il film com’era stato concepito mostra sempre più punti deboli e non sembra esserci un piano b. Del resto non era mai stato l’estro registico a caratterizzare gli episodi più riusciti della sua carriera e troppo spesso l’Affleck regista lascia il passo al narcisismo, indugiando un secondo di troppo sull’Affleck attore, sui suoi primi piani, come se il carisma personale potesse risolvere i difetti di una sceneggiatura che fa succedere tante cose senza troppo trasporto. E così finisce che qualche battuta esca con i tempi sbagliati dopo la resa dei conti finale, restando impressa nella mente più che la resa dei conti stessa, finisce anche che Remo Girone, che incanala lo spirito del Tano Cariddi della Piovra, venga ricordato soprattutto per un difficile e infelice autodoppiaggio, finisce che una delle svolte più drammatiche del finale piova dal cielo senza emozione, perfetta metafora di un film che non mantiene le promesse ed è un peccato.

 

About the author
Marcello Lembo

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top