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The Great Wall: Un americano sulla Grande Muraglia

The Great Wall: Un americano sulla Grande Muraglia

Cina e America si alleano per The Great Wall, il colossal diretto da Zhang Ymou e interpretato da Matt Damon che ci porta su una Grande Muraglia alle prese con un’invasione di mostri. In sala dal 23 febbraio.

Cinematografia del ping pong, verrebbe da dire. Ma il 2017 non è il 1971, il tavolo di legno, la rete e le racchette non servono a ricucire i rapporti, al minimo storico, tra due potenze. Il nuovo dialogo parla la lingua del cinema e degli affari. Hollywood ci mette il know-how, la Cina ci mette l’ambizione, i fondi e un mercato interno sterminato. Nasce così The Great Wall, l’epopea fantasy di Zhang Ymou interpretata da Matt Damon e da un folto cast cinese, ed è un paradosso, perché la muraglia che serviva a difendere il celeste impero dalle invasioni diventa metafora di una nuova invasione, questa volta vissuta all’attacco. Ma Great Wall è prima di tutto figlio della scommessa (vinta? Probabile) di Thomas Tull, fondatore e numero uno uscente di Legendary, tra i primi a puntare decisamente sul mercato dell’estremo oriente, con film che ammiccano apertamente in quella direzione, Pacific Rim e Godzilla su tutti, e riscuotendo in Cina tanto di quel successo da convincere Wanda Group, megacorporation cinese che gestisce tra gli altri i diritti della nostra Serie A, ad acquistare la società per 3,5 miliardi di dollari.

Tornando a The Great Wall la trama ci porta dritti nel medioevo cinese al seguito di due avventurieri, William e Tovar (Matt Damon e il Pedro Pascal di Narcos e Game of Thrones), che cercano di scoprire il segreto della polvere da sparo. Arrivati alla Grande Muraglia però i due si troveranno in mezzo al pericolo più inatteso, l’invasione della mostruosa armata aliena dei Tao Tei. A fronteggiarli, sui bastioni della Muraglia, solo l’ordine dei Senza Nome, un’elite di guerrieri dalle armature colorate, guidati dall’indomita Lin Mae (Tian Jing).

La sceneggiatura è firmata da tanti, troppi nomi. Tre per il soggetto (tra cui Max Brooks, creatore di World War Z) e tre per lo script (tra cui spicca Tony Gilroy, sceneggiatore e regista ombra di Rogue One). Eppure il numero delle idee non è direttamente proporzionale al numero degli autori coinvolti. E anche se il copione, nella sua semplicità, evita gli inciampi di tanti altri aspiranti blockbuster, alla fine The Great Wall non va troppo oltre lo spunto iniziale, preferendo scegliere la via dell’epica a quella dell’intrigo e dell’intreccio.

Dal canto suo il reparto effetti speciali, supervisionato da Phil Brennan, si mostra al passo degli standard hollywoodiani eppure in fase di art design l’armata aliena cade vittima di una marchiana carenza di originalità. Impressionante invece il lavoro dello studio Weta, che non solo ha disegnato e ricreato armi e armature ma si è trovata anche a ricostruire intere sezioni della Grande Muraglia visto che ovviamente non è stato possibile girare sul monumento originale. Il vero punto di forza di Great Wall è però la grandeur visionaria del regista Zhang Ymou, coreografo non a caso dell’imponente cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Pechino. Un’epica – si scriveva sopra -da cui affiorano tanti richiami, dalla tradizione del wuxia moderno di cui lui stesso è stato interprete (Hero, La foresta dei pugnali volanti, La città proibita), fino alle ascendenze di un certo fumetto dell’estremo oriente. Il risultato finale è una zuppa che mescola oriente e occidente, che riveste di spezie una ricetta tutta americana. Un ibrido curioso che potrebbe portare l’imprinting del cinema futuro o essere solo il momentaneo palliativo a un box office che cerca nuovi stimoli per evitare di ritrovarsi in lacrime.

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Marcello Lembo

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