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Jackie: Biopic di emozioni

Jackie: Biopic di emozioni

Vincitore del Premio per la Miglior Sceneggiatura a Venezia e candidato a tre Premi Oscar, Jackie segna il debutto in lingua inglese del cileno Pablo Larraín. Un collage di frammenti che raccontano emozioni e sentimenti contrastanti di una donna diventata icona. In sala dal 23 febbraio.

Il fango si attacca alla suola e al tacco delle scarpe. Incerta e traballante, lei continua a camminare, ostinata e fiera, alla ricerca di quell’angolo quieto dove consegnare alla terra l’amore della sua vita. Ha da poco visto esplodere sulle sue gambe la testa del marito, ha da poco affrontato il più grande dolore di vedere andare via chi si ama, ma Jackie è intenzionata a trovare, in quel tetro cimitero, l’angolo migliore dove far riposare le spoglie di John. Pablo Larraín, a pochi mesi dall’uscita di Neruda, torna al cinema con Jackie, il biopic “emozionale” su Jacqueline Kennedy, nelle sale dal prossimo 23 febbraio.

Dopo aver vinto l’Osella per la Sceneggiatura a Venezia e aver trionfato a Toronto, Jackie è candidato a tre Premi Oscar (Miglior Attrice Protagonista, Miglior Colonna Sonora e Migliori Costumi) e segna un punto di svolta nella carriera di uno dei più interessanti registi dell’America Latina: è infatti, il primo film del cileno Larraín in lingua inglese. Scritta da Noah Oppenheim e prodotta da Darren Aronofsky, la pellicola inevitabilmente risente di influenze esterne (soprattutto quelle del suo produttore), ma Larraín mantiene il tiro della sua filmografia precedente, regalandoci un biopic che non si limita al racconto dei fatti, ma delle emozioni, andando ad ampliare un discorso che, in una certa misura, era presente anche nel suo film precedente, Neruda.

La First Lady che ha aperto le stanze della Casa Bianca agli americani in diretta tv,  si ritrova improvvisamente in balia della solitudine, con il terrore che quei pochi anni di presidenza del marito vengano dimenticati. Al di là del discorso politico, che a Larraín interessa relativamente poco, Jackie è un ritratto intimista che sa come sfruttare a suo vantaggio anche i tratti distintivi del suo regista (le immagini sgranate e i colori tenui e freddi delle sue scene) per centrare il suo obiettivo: mettere a nudo l’anima di una donna in un momento molto particolare della sua vita. In tale senso Larraín può contare anche su un altro fattore fondamentale, Natalie Portman, meritatamente candidata all’Oscar. Regista e attrice si muovono verso un’unica direzione, una comunione di intenti che poche volte si è vista su grande schermo: mostrare prima cosa prova Jackie, poi tutto il resto.

Così viene fuori un vero e proprio collage di momenti, anche pochi frames, che assumono importanza in questo crescendo di emozioni. La regia si districa abilmente tra continui balzi in avanti e indietro nel tempo, tanto che facilmente perdiamo la cognizione temporale di quanto stiamo vedendo. Ma non importa: Jackie non è il solito biopic e lo dimostra anche la chiara intenzione di Larraín di non voler celebrare nessuno. Il viaggio che stiamo facendo si muove nella mente e nell’anima di una donna diventata icona (la scena di lei in macchina che passa davanti ai negozi delle strade di Washington, è eloquente), che combatte con la sua fede (bellissimi i dialoghi con il prete, ultima prova attoriale del compianto John Hurt), ma che prima di tutto è madre e moglie. È soprattutto donna.

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Augusto D'Amante

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