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Barriere: se il cinema imita (troppo) il teatro

Barriere: se il cinema imita (troppo) il teatro

Diretto da Denzel Washington e tratto dall’omonima pièce teatrale vincitrice del Premio Pulitzer di August Wilson, qui sceneggiatore, Barriere arriva nei nostri cinema da giovedì 23 febbraio. Forte delle sue quattro nomination agli Oscar, la pellicola resta eccessivamente ancorata alla sua origine teatrale e gioca fin troppo con la pazienza del suo pubblico.

La terza prova da regista di Denzel Washington è all’insegna della trasposizione cinematografica di Barriere (Fences in originale), testo teatrale vincitore del Premio Pulitzer scritto da August Wilson. Portare al cinema questa storia è sempre stata l’intenzione del suo autore, ma dal 1988, anno del suo debutto a Broadway, non se ne è fatto nulla proprio perché Wilson voleva un afroamericano alla regia. Dopo il revival a teatro nel 2010, con Denzel Washington e Viola Davis osannati dalla critica e vincitori di due Tony Awards, la possibilità è diventata una certezza, grazie anche alla volontà di Washington di curare la regia del film.
Nella Pittsburgh degli anni Cinquanta, Troy Maxon, ex stella del baseball, lavora come netturbino e vive con la moglie Rose, con la quale è sposato da 18 anni, e il figlio Cory. L’infanzia difficile e le delusioni ottenute nella vita, fanno di Troy un padre padrone e un marito molto presente, pronto a tutto, grazie alla sua integrità morale, a salvaguardare il proprio nucleo familiare. Ma le contraddizioni di quest’uomo scavano in profondità, riuscendo ad aprire una breccia e a far crollare il tutto.

Le Barriere del titolo fanno riferimento al recinto che Rose chiede a Troy di costruire: hanno la funzione di salvaguardare ciò che anni di duro sacrificio hanno messo in piedi, ciò che il sudore, le frustrazioni e il dolore hanno forgiato come qualcosa di unico e intimo. Ma la Storia insegna che le barriere non fanno altro che allontanare le persone e che siano una recinzione che separa due nazioni, o un muro che divide a metà una città, o un recinto che delinea il perimetro del cortile di una casa, il risultato sarà sempre lo stesso: la distruzione di ciò che abbiamo di più caro. Non sono solo barriere fisiche, ma sono quelle che Troy inizia a costruire dentro di sé, con le sue paure e con la sua caparbietà di avere sempre tutto sotto controllo. Se la sua morale gli impone di preservare, il suo cuore lo porta ad aprire brecce e a ferire.

Con le sue quattro candidature ai prossimi Premi Oscar – Miglior Film, Miglior Attore Protagonista per Denzel Washington, Miglior Attrice Non Protagonista per Viola Davis e Miglior Sceneggiatura Non Originale – Barriere gioca troppo con la pazienza del suo pubblico e resta fortemente ancorato alla sua origine teatrale. Se il cinema è “scrittura del movimento”, qui abbiamo di fronte esattamente l’opposto: stasi. Tutto si svolge (quasi) esclusivamente nel cortile di casa Maxon e la sensazione che si ha è quella di vedere uno spettacolo teatrale sul grande schermo. Quando il cinema si impossessa troppo del linguaggio del teatro, non è più cinema, ma un ibrido senza senso che mette a dura prova i suoi spettatori: se non c’è un minimo di ricerca su come usare un certo linguaggio per adattare ciò che è stato scritto per avere una precisa forma artistica, il risultato finale è inutile, non cattura e resta fine a se stesso. Ampio il divario tra le prove attoriali dei suoi protagonisti: la recitazione di Washington è urlata, così tanto prolissa che non si riesce a provare la minima simpatia per il suo personaggio, mentre quella della Davis rimane più equilibrata e si adatta meglio alla presenza della macchina da presa (meritatissima la nomination).

C’è poco da vedere in Barriere, nonostante l’ottima fotografia di Charlotte Bruus Christensen, ma tanto da ascoltare, con i dialoghi che finiscono per diventare dei monologhi lunghi, durante i quali è facilissimo perdersi. 138 estenuanti minuti, dove qualche limatura avrebbe giovato e dove una maggiore presenza dell’immagine e del movimento avrebbero potuto dare alla pellicola un senso, cinematograficamente parlando. E quando Washington, verso il finale, rinuncia alla parola per affidare alle immagini, anche in maniera piuttosto banale, un senso più profondo rispetto a quanto immortalano, non basta a rendere il risultato finale veramente appetibile.

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Augusto D'Amante

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