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Billy Lynn: Un giorno da eroe – La parata delle ipocrisie

Billy Lynn: Un giorno da eroe – La parata delle ipocrisie

Ang Lee torna al cinema con Billy Lynn: Un giorno da eroe, dramma satirico interpretato tra gli altri da Garrett Hedlund, Kristen Stewart e Vin Diesel. In sala dal 2 febbraio.

2stellemezzo

L’America che alza i muri e l’America che solleva i dubbi. La retorica dei “nostri ragazzi” e la vita vera di quei ragazzi, appesa a un filo, a un cordone sottilissimo che li lega a una quotidianità lontana, quasi dimenticata. Billy Lynn: Un giorno da eroe porta sullo schermo le incertezze di quei ragazzini in divisa, le decisioni inevitabili ma non per questo meno difficili. Ang Lee mette di nuovo in scena il suo cinema a quattro anni dal successo di Vita di Pi, e per farlo ha deciso di puntare su una storia americana che più americana non si può e di piazzare una scommessa tecnologica che però, almeno in Italia, non pagherà dividendi.

Billy Lynn: Un giorno da eroe, interpretato dall’esordiente assoluto Joe Alwyn e da un cast ben assortito composto da Garrett Hedlund, Kristen Stewart, Steve Martin e Vin Diesel, è infatti il primo film della storia girato in 4K HD con una risoluzione di 120 fotogrammi al secondo, cinque volte di più del consueto standard di 24, cancellando così il record precedente stabilito dallo Hobbit di Peter Jackson che si era fermato a 48. Peccato però che solo sei cinema in tutto il mondo siano attrezzati per riprodurre un film con queste specifiche tecniche, nessuno dei quali in Italia, e allora per il Belpaese si è scelto di distribuire una copia con il formato standard a 24 fps.

Considerazioni tecniche a parte il film racconta della giornata di Billy Lynn (Alwyn), soldato impegnato nella guerra in Iraq, che torna per un breve periodo in patria. L’occasione è quella di celebrare la sua compagnia, decorata per un’azione eroica sul fronte, costata comunque la vita al sergente-filosofo Shroom (Diesel). Mentre un produttore cerca a tutti i costi di vendere la loro storia agli executive di Hollywood la squadra viene coinvolta nella festa-concerto che si terrà durante l’intervallo di una partita di football, appuntamento glamour del giorno del Ringraziamento, organizzata dal magnate padrone della squadra di casa (Martin).

Tratto dal romanzo “È il tuo giorno, Billy Lynn” di Ben Fountain l’intreccio è un contrappunto satirico tra le certezze di chi resta a casa e i dubbi di chi si trova a combattere in un deserto lontano. Nella sceneggiatura firmata da Jean-Christophe Castelli si concentrano tante cose: da un lato il senso del dovere e lo straniamento del soldato, il senso di colpa di chi se ne sta comodo in poltrona, la sindrome da stress post-traumatico, i rapporti difficili con la famiglia, alleviati in parte dalla presenza di una nuova famiglia allargata, quella dei commilitoni. Dall’altro lato c’è il superficiale sostegno degli estranei, della massa distratta per cui si dovrebbe combattere. I cinici, gli annoiati, gli interessati e i disinteressati. Dietro ogni stretta di mano, dietro ogni pacca sulla spalla sembra nascondersi qualcosa. Una presenza viscida che si alterna, grazie ai continui flashback, all’orrore più concreto della violenza che accompagna la piccola e personale formazione del suo protagonista.

Tra il sogno d’amore rappresentato da una cheerleader e la possibilità di una diserzione sostanziale anche se non formale, Ang Lee lascia comunque parlare il suo cinema, che si concentra sulle persone più che sulla critica sociale. E così il Billy Lynn del grande schermo esalta il lato melodrammatico della storia e attutisce in parte lo sforzo satirico che comunque affiora a sprazzi, affidato all’ottima prestazione di un Garrett Hedlund che condisce ogni sua battuta con un irresistibile sarcasmo militaresco. Lo stile è elegante, il film è ben recitato (con l’unica eccezione di Vin Diesel a cui va comunque riconosciuto il merito di aver accettato un ruolo fuori dai suoi schemi) ma a volte la sensazione è che Billy Lynn arrivi con qualche anno di ritardo. Del resto già Clint Eastwood aveva raccontato – e con grande lucidità – sia la sindrome del ritorno a casa (American Sniper) che la falsa retorica delle celebrazioni (Flag of our Fathers). Restano comunque il buon cast (sugli scudi oltre a Hedlund anche il redivivo Steve Martin) e una riflessione di fondo sempre valida, che celebra e allo stesso tempo critica il paese che racconta.

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Marcello Lembo

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