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Venezia 73: Mel Gibson e il trionfalismo di Hacksaw Ridge

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In cima alla scarpata di Maeda conosciuta anche come Hacksaw Ridge su una scogliera ripida 120 metri, vicino a Okinawa in Giappone, dove si stava consumando l’ultimo colpo di coda della Seconda Guerra Mondiale, Desmond Doss avrebbe salvato, servendosi solo delle sue mani, 75 soldati americani, tutti suoi compagni.
Era un uomo semplice, un devoto avventista del settimo giorno arruolatosi nell’esercito come soccorritore medico e con un’unica ferma certezza: servire il proprio paese senza toccare un’arma. Ce l’avrebbe fatta, sopravvivendo a quanti, sul campo di battaglia, avevano imbracciato fucili e lanciafiamme con la disperata convinzione di riuscire nell’impresa suicida di conquistare quell”avamposto. Doss non sarebbe morto in trincea, ma nella sua casa di Piedmont nel 2006 a 87 anni, dopo aver condotto una vita tranquilla e umile, contrario a ogni tentativo di mistificazione della sua figura. Chissà, allora, che cosa avrebbe pensato del film basato sulla sua storia, Hacksaw Ridge, che riporta Mel Gibson sul grande schermo dieci anni dopo la regia di Apocalypto e lo fa sbarcare fuori concorso al Lido di Venezia.

Fede, coraggio e patriottismo: sono i temi a lui più cari e non ci rinuncia a costo della retorica e di un stucchevole prologo, che sarà il preludio alle scene sul campo di battaglia. Le più cruente e castranti, un inferno di corpi rosicchiati dai topi, ferite putride, carni spappolate, zampilli di sangue che inonda la terra, inzuppa le uniformi e trabocca dalle fasciature di fortuna.
Una mattanza gratuita e dai toni trionfalistici che Gibson ha diretto per sua stessa ammissione “come se fosse un evento sportivo, perché se non si seguono delle strategie precise allora tutto diventa meno coinvolgente. Bisogna avere chiaro ciò che vuoi emerga dallo schermo ”.

Nel bel mezzo del caos l’emaciato Dess (Andrew Garfield, candidato all’Oscar come Miglior Attore Protagonista per questa pellicola) dovrà cavarsela armato solo della sua fede, di un elmetto e morfina sufficiente ad alleviare il dolore dei caduti: “È la lotta di un uomo ordinario che ha fatto un miracolo, un qualcosa di quasi soprannaturale lanciandosi nel bel mezzo dell’inferno armato di nulla se non delle sue braccia e della sua convinzione”, aggiunge il regista.
Per poi trasformarlo in una figura cristologica nella parte finale del film: “Cosa vuoi da me?” , dirà rivolgendosi al suo Dio mentre da solo, durante la ritirata ordinata al suo battaglione, tenterà di salvare quante più vite possibili ripetendo quello che diventerà il suo mantra: “Dio dammi la forza di salvarne almeno un altro, almeno un altro”. ‘
Questo è il suo omaggio agli ‘eroi di guerra’ nella forma più classica e hollywoodiana di racconto: “Non credo nelle guerre giuste, anzi le odio, ma bisogna amare i guerrieri e fargli omaggio e credo che questo film lo faccia”.

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Elisabetta Bartucca

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