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La La Land: Dove iniziano i sogni

LaLaLandRecensione

Oggi più che mai abbiamo bisogno di sogni per sopravvivere al reale. Damien Chazelle lo sa bene e ci regala un iconico, devoto omaggio al vecchio musical. In sala dal 26 gennaio.

4stelle

 

“Brindiamo ai sognatori per quanto folli possano sembrare. Brindiamo ai disastri che combiniamo, brindiamo ai cuori che soffrono. Brindiamo ai folli in grado di sognare”. Perché “un pizzico di follia è la chiave che può mostrarci le sfumature”. Basterebbero queste parole per cogliere il senso di La La Land, terzo film di Damien Chazelle, sì proprio lui, il giovanissimo regista di un capolavoro di musica e parole come Whiplash, dove il cinema diventa partitura musicale.
Non solo: La La Land ha avuto l’onore di aprire le danze della 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, iniziando così la sua marcia trionfale verso gli Oscar.
“Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”, scriveva Shakespeare e La La Land ci restituisce questa consapevolezza rivolgendosi a un genere che davamo per morto: il musical. Sì, da West Side Story a Grease, da Singing in the Rain alle volate di Ginger Roger e Fred Astaire, c’è tutto quello che ha segnato la sua epoca d’oro: l’amore, i patimenti del cuore, la voglia di sognare e crederci almeno per un attimo, nonostante tutto.
Ci sono soprattutto loro, Sebastian (Ryan Gosling) e Mia (Emma Stone): lui è un romantico appassionato di jazz, lei un’aspirante attrice che in attesa del provino giusto sbarca il lunario servendo cappuccini nella caffetteria degli studios della Warner Bros. Si incontreranno nel bel mezzo di un ingorgo in autostrada a Los Angeles, città di speranze e disillusioni, di poesia e straniamento, castrante e glamour allo stesso tempo. E sarà un tuffo nella Hollywood degli anni ruggenti, un omaggio alla tradizione, un incoraggiamento all’ostinata difesa dei sogni laddove il disincanto di una metropoli come L. A. rischia di farli a brandelli.
Tutto il film è una sequenza di numeri straordinari, a partire dal prologo, ‘Traffic’, già diventato un cult: un piano sequenza che ha richiesto mesi e mesi di prove e bloccato una rampa autostradale con decine di ballerini a danzare tra le auto a 38 gradi.
Chazelle ci dimostra ancora una volta la sua fine arte con un commovente esercizio di stile, tra suoni, passi di danza, ritmo, ironia, colori e una carrellata di citazioni in nome della vecchia magia del cinema. Ma non ci risparmia il sapore della malinconia: un ‘what if’ in cui il sogno cede il passo all’amarezza del reale. Non senza un ultimo incrocio di sguardi. Poi il tempo si ferma. Il sipario si chiude.

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Elisabetta Bartucca

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