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Il Ragno Rosso: il fascino del male

Il Ragno Rosso: il fascino del male

Presentato al Festival di Karlovy Vary nel 2015, arriva in Italia Il Ragno Rosso, di Marcin Koszalka. La fredda Cracovia degli anni Sessanta è lo scenario dell’incontro tra un serial killer e un giovane tuffatore ossessionato dalla morte e dalla violenza. In sala dal 19 febbraio.

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Affascinato dalla storia di Karol Kot, un serial killer attivo a Cracovia negli anni Sessanta, Marcin Koszalka mette la sua esperienza da documentarista al servizio di questo suo primo lungometraggio di finzione, Il Ragno Rosso, in sala dal 19 gennaio.
Siamo nella capitale polacca nel 1967, il giovane tuffatore Karol prova un fascino morboso verso gli efferati delitti di un serial killer che sta terrorizzando la città. Il ragazzo riesce a scoprire l’identità del killer, ma, invece di denunciarlo alle forze dell’ordine, decide di incontrarlo e studiarne il modus operandi.

Il Ragno Rosso ci offre un ritratto cupo, quasi espressionista, della natura umana e, a rendere ancora più freddo ciò che ci viene mostrato, non ci pensano solo i costumi o la fotografia (che lo stesso regista cura), ma anche le interpretazioni dei suoi attori. Ben presto Karol e il killer diventano allievo e maestro in un gioco al massacro, nel quale entrambi, chi più e chi meno, sembrano cercare quelle attenzioni che una società omologante nega ai suoi cittadini.
Nella scena che apre questo noir, Karol appare nudo sotto la doccia: uguale ai suoi coetanei, il ragazzo diventa simbolo di un’omologazione imposta dalla vicina Unione Sovietica, di cui la Polonia è uno dei principali Stati satellite. Le attrazioni dell’occidente (Mick Jagger e il rock and roll) sono le uniche in grado di provocare un sorriso sulla sua imberbe faccia e, nonostante la sua fama come bravo tuffatore, il ragazzo è teso nella ricerca di qualcosa che vada oltre.

Per tutto il film, quindi, assistiamo ad un vero e proprio atto di vestizione: da nudo, omologato, Karol inizia lentamente ad indossare i vestiti imbrattati di sangue dell’assassino e arriva persino a togliere la scena al suo mentore. L’apice del successo arriva quando un poliziotto gli chiede un autografo da portare ai suoi colleghi. Da vittima di una società alienante, Karol ne diventa il carnefice e il suo ultimo ghigno, immortalato in un ritratto esposto alla Gallerie d’Arte Moderna, simbolicamente sta a sottolineare quanto per la Polonia sovietica stia arrivando la fine. Non a caso l’ultima scena del film fa un passo avanti di quasi 10 anni: il 1978, anno dell’inizio del papato di Giovanni Paolo II.

Koszalka, grazie alla sua esperienza da documentarista, non ha intenzione di spiegarci la natura del male, ma si limita a registrare quanto accade: offre una serie di indizi, ma sta allo spettatore collegare in maniera organica quanto vede. Gran pregio della pellicola, ma, indubbiamente, anche gran difetto, considerato che lascia fin troppo in sospeso tanti elementi fondamentali per penetrare davvero in fondo alla psicologia dei suoi personaggi. Venire risucchiati da questo labirinto fatto di interni ed esterni bui, cupi e avvolti dal mistero è molto più semplice rispetto al trovare una via d’uscita che abbia un senso compiuto.

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Augusto D'Amante

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