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Arrival: Fantascienza della comunicazione

Arrival: Fantascienza della comunicazione

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Venezia arriva finalmente al cinema la fantascienza intimista di Arrival, film diretto da Denis Villeneuve e interpretato da Amy Adams e Jeremy Renner. In sala dal 19 gennaio.

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Uno sguardo verso le stelle, senza dimenticare noi stessi. L’importanza del linguaggio, della comprensione, al cospetto dell’ignoto e della paura. Le note di una musica struggente al posto del fragore delle esplosioni. Arrival è l’ultimo film di uno dei registi più interessanti della sua generazione, il canadese Denis Villeneuve, che dopo Prisoners e Sicario presto tornerà con un progetto tanto atteso quanto difficile, il seguito di Blade Runner. Arrival è anche uno degli ultimi esemplari di un filone cinematografico sempre più prossimo all’estinzione: quello di una fantascienza introversa e celebrale che proprio in Blade Runner aveva uno dei suoi massimi esempi, per non scomodare il Kubrick di 2001 Odissea nello Spazio o il Tarkovskj di Solaris e Stalker.

Arrival racconta di un’umanità sconvolta dall’arrivo sulla Terra di 12 misteriose astronavi. Un primo contatto che si rivela più enigmatico del previsto e che spinge le autorità a ricorrere all’aiuto di una docente di linguistica, Louise Banks (Amy Adams), e a un’equipe di scienziati guidata da Ian Donnelly (Jeremy Renner). L’obiettivo: cercare di comunicare con gli alieni prima che il mondo ceda a uno stato di tensione sempre crescente.

Villeneuve e lo sceneggiatore Eric Heisserer, che ha adattato per il cinema il pluripremiato racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang, ci conducono per mano in una frenetica corsa alle armi della comunicazione. E se il positivismo di una fantascienza ottimista per una volta prevale su quegli scenari distopici sempre più ricorrenti, e se il sense of wonder di matrice Spielbergiana comporta anche il rifiuto totale delle frenesie da cinema d’azione ecco allora che Arrival potrebbe sembrare una sorta di manifesto avanguardista. E invece è solo un film mainstream che non si è voluto accodare per forza a un trend tanto sfruttato quanto arido d’ispirazione.

Questa sorta di seguito apocrifo di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, che sembra prendere le mosse proprio da dove si interrompeva il capolavoro di Steven Spielberg, sceglie di puntare sulla mente ma anche sul cuore, di emozionare e di far riflettere. Portando sullo schermo una riflessione non banale sul linguaggio, creatura dell’umanità ma anche motore immobile di tante sue dinamiche, Arrival è prima di tutto un inno al potere della comprensione, specie in un mondo che di fronte all’insicurezza cede troppo facilmente il passo alla paura e alla violenza. Ma il film di Villeneuve non è solo ragione, è anche poesia, grazie ai suoi ritagli avvolti da un perenne crepuscolo, grazie al racconto delicato e commovente del rapporto tra una madre e una figlia, accompagnato dalle note malinconiche della colonna sonora di Jóhann Jóhannsson, che avrebbe meritato di correre per gli Oscar ma che è stato escluso dall’Academy, reo di aver rielaborato materiali già esistenti, opera del compositore Max Richter.

Non è andata meglio ad Amy Adams, che con l’intensità e la profondità della sua Louise corona un anno d’oro, il 2016, che l’ha vista conquistare sia gloria al botteghino (con Batman v Superman) che plauso della critica (per Animali Notturni di Tom Ford) e che avrebbe meritato una candidatura alla statuetta più ambita, candidatura che poi non è arrivata. E anche se è difficile prevedere quale personaggio la porterà a contendersi il massimo riconoscimento di Hollywood certo è che dopo gli exploit di The Fighter e American Hustle la Adams si conferma come uno dei talenti più fulgidi dell’industria cinematografica di questi anni 10, fulcro e perfetta incarnazione di un film che fa venir voglia di alzare ancora lo sguardo verso le stelle.

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Marcello Lembo

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