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Silence: Silenzio, parla Scorsese

Silence: Silenzio, parla Scorsese

In sala dal 12 gennaio il film che il regista di “Toro Scatenato” ha impiegato quasi trent’anni per realizzare. Una vera missione.

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La Little Italy dove passò tutta l’’adolescenza gli aveva lasciato poche possibilità di scelta: o gangster o prete, come avrebbe dichiarato qualche decennio più tardi. Lui scelse la seconda via e iniziò a studiare per diventare prete, ma poi finì a fare il regista. Oggi uno dei migliori al mondo,  ispirato, prolifico, artefice di una carriera puntellata di capolavori, lunghi sodalizi artistici (Robert De Niro, Leonardo DiCaprio, Paul Schrader) e un Oscar tardivo nel 2007 come Miglior Regista per The Departed. Martin Scorsese è forse l’ultimo esponente, insieme a pochi altri, di una generazione di registi illuminati, sperimentatori assetati di cinema e esploratori instancabili. E così all’età di 74 anni, quel ‘bravo ragazzo’ italo-americano di New York che voleva fare il prete si ritrova a firmare il suo ventiquattresimo film, Silence, una ‘via crucis’ durata quasi trent’anni anni, da quando cioè nel 1989  lesse per la prima volta il romanzo da cui il film è tratto: il bestseller di  Shusaku Endo sulla persecuzione dei cristiani nel Giappone del XVII secolo.

La storia raccontata da Endo inizia con padre Christovao Ferreira (nel film interpretato da Liam Neeson), un gesuita che abiura e si converte al buddismo sposando una donna giapponese e facendo poi perdere ogni traccia di sè. Qualche tempo dopo due suoi allievi, Sebastian Rodrigues e Francisco Garupe, decidono di cercarlo per far luce sulla misteriosa defezione che ha portato il loro maestro spirituale ad essere tacciato di apostasia.
Scorsese segue il viaggio dei due giovani missionari (rispettivamente Andrew Garfield e Adam Driver) dal Portogallo al villaggio remoto di Goto, dove i pochi cristiani rimasti praticano in clandestinità la propria fede, pena l’abiura o la condanna ad atroci torture che avrebbero portato poi alla morte.
Silence li ritrae nel loro ostinato ‘officiare’ i rituali più antichi della cristianità, nell’accogliere le pene e la ferrea rassegnazione di chi per quella stessa fede è pronto al martirio, nella loro lenta, difficile e tormentata accettazione del dubbio.

Non tutti i 160 minuti di storia scivolano via con facilità e durante la prima parte del film l’impressione è che il racconto indugi troppo sulla dimensione spirituale dilatando tempi e ritmi oltremodo; un inciampo che verrà ricompensato però da un secondo atto in cui ogni silenzio, ogni gesto o parola ritroverà una propria collocazione e tensione narrativa. Ed è qui che il dramma storico diventa  progressivamente un’immensa riflessione sulla fragilità umana, un saggio esistenziale sugli interrogativi dell’uomo di fede davanti a una divinità silenziosa, almeno all’apparenza. Un racconto talmente personale e intimo da riuscire a catturare anche l’attenzione dell’anticlericale più convinto che ne saprà cogliere profondità filosofiche, sfumature e rimandi ad una contemporaneità in cui ci si uccide ancora in nome di un dio.
C’è in Silence una immanenza del divino che ricorda nel travaglio di padre Rodrigues/ Garfield l’inquieto Willem Dafoe de L’ultima tentazione di Cristo, c’è il senso di colpa, il rapporto controverso con la religione, il dolore della remissione e c’è un’intera estetica del sacro a cui il regista di Toro scatenato ha sempre dedicato un’attenzione meticolosa, tanto nei suoi gangster movie quanto nei suoi film più contemplativi e intimisti.
Ma c’è soprattutto devozione, trascendenza ed un’urgenza politica che legano indissolubilmente Silence al suo creatore, in questo momento della vita, nell’hic et nunc dell’oggi dopo decenni di sedimentazione. Un dono, una rivelazione, un atto epifanico.

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Elisabetta Bartucca
2 Comments
  1. comment-avatar
    Claudia16 gennaio 2017 - 01:47

    Indiscutibilmente un’ ottima recensione, chiara e intensa. Complimenti.

    • comment-avatar
      Elisabetta Bartucca17 gennaio 2017 - 13:14

      Grazie!!! 🙂

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