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Collateral Beauty: Le lacrime in uno schema

Collateral Beauty: Le lacrime in uno schema

Will Smith, Edward Norton, Keira Knightley e un cast all-star sono il punto di forza di Collateral Beauty, nuovo melodramma natalizio di David Frankel, regista del Diavolo veste Prada. In sala dal 4 gennaio. 

2stelle

Il potere delle lacrime contro il riso sguaiato dei cinepanettoni e i botti fragorosi dei blockbuster. Quella del melodramma natalizio è un’arte perduta o – peggio ancora – limitata ai circoli più ristretti. Riportarla in auge, conquistare il pubblico o quantomeno provare a intaccare le certezze di molti executive è la missione che si sono posti Will Smith, Edward Norton, Keira Knightley, Kate Winslet ed Helen Mirren. Sono loro i protagonisti di Collateral Beauty, nuovo film di David Frankel che dieci anni dopo prova a replicare il successo del Diavolo veste Prada.

Come già avveniva nelle Sette Anime di Gabriele Muccino – film che torna più volte in mente vedendo Collateral Beauty – la vita di Will Smith viene sconvolta da una tragedia, la morte di una figlia in questo caso. Toccherà ai colleghi, nonché amici di sempre (Norton, Winslet e il Michael Peña di Ant-Man e World Trade Center) il compito di farlo uscire dal guscio e non necessariamente con le migliori intenzioni. Con l’aiuto di una compagnia di attori (Knightley, Mirren e il giovane Jacob Latimore) i tre, alle prese a loro volta con grossi problemi personali, elaboreranno un complicato schema che farà dialogare il povero Smith con tre entità astratte, l’amore, il tempo e la morte, fino a fargli credere di sfiorare la follia.

Schema elaborato, forse troppo elaborato, ma comunque uno schema, un po’ come la trama di questo film scritto dallo sceneggiatore Allan Loeb (Rock of Ages, Mia moglie per finta). L’idea è quella di far muovere lo spettatore sulla stessa strada percorsa dal protagonista, quella che porta alla bellezza collaterale del titolo, alla riscoperta del senso della vita attraverso la prova della morte. In questo viaggio all’inferno e ritorno Will Smith è un po’ Dante e un po’ lo Scrooge del Canto di Natale di Charles Dickens. Lontani echi letterari per un dramma dal finale a sorpresa che se l’avesse diretto Muccino avrebbe probabilmente completato una sorta di trilogia ideale con La ricerca della felicità e il già citato Sette Anime.

Alla regia però c’è Frankel che oltre a dirigere un cast che farebbe inorgoglire ogni casting agent non ha la forza di correggere il tiro e di salvare un film che sembra partire male già dalle sue premesse, a cominciare da una filosofia di fondo che definire spicciola è un po’ poco. Ma il peso più grosso che grava sulla riuscita di Collateral Beauty è quel suo schema elaborato di cui sopra, quella matrice fittizia che finisce per rendere impossibile anche la minima sospensione dell’incredulità. Tre attori, tre astrazioni, tre colleghi in difficoltà. È troppo facile capire il meccanismo, è troppo facile intuirne la dinamica e il finale a sorpresa arriva inaspettato come possono essere inaspettati i regali di Natale sotto l’albero. Vedere recitare Smith, Norton e la Winslet, Helen Mirren e tutti gli altri è un vero piacere, anche quando sono svogliati, anche quando c’è meno chimica di quanta te ne aspetteresti, ma la grana drammatica è troppo grossa e il pubblico che ha avuto la forza di resistere al rito umiliante del cinepanettone o alla seduzione del cinema più facile, quello dei franchise e dei blockbuster, meritava qualcosa di più: emozione, sì, ma anche un po’ di sottigliezza.

 

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Marcello Lembo

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