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Assassin’s Creed: Un salto nel vuoto

Assassin’s Creed: Un salto nel vuoto

Michael Fassbender contro i templari in Assassin’s Creed, adattamento del celebre videogame targato Ubisoft. Con lui Marion Cotillard e Jeremy Irons. Dirige l’australiano Justin Kurzel. In sala dal 4 gennaio.

2stelle

Un divo avvolto in una tunica, le vetta di una torre, il panorama di una città esotica. E poi il salto, a volo d’angelo, verso il vuoto sottostante. Non si tratta solo di una delle immagini più suggestive di Assassin’s Creed, il nuovo, l’ennesimo tentativo di dare dignità artistica all’estetica borderline del mondo dei videogiochi, ma anche di una metafora del risultato finale. Il film – come capita sempre più stesso in questo sottogenere ancora alla ricerca di una qualche affermazione – partiva con i presupposti migliori. Due protagonisti di talento (Michael Fassbender e Marion Cotillard) che non disdegnano le lusinghe del cinema più commerciale (X-Men e Prometheus lui, il Batman di Nolan lei), un cast di supporto da Oscar (Jeremy Irons, Charlotte Rampling, Brendan Gleeson), un regista giovane di quelli più interessanti sulla piazza, l’australiano Justin Kurzel, venuto alla ribalta con l’indipendente Snowtown e poi consacrato da una versione visionaria e potente del Macbeth di William Shakespeare.

L’intreccio, uno dei principali difetti del film, è un mix insipido e sbagliato di ingenuità e complicazione. Il condannato a morte Callum Lynch (Fassbender) dopo la presunta esecuzione si risveglia in un laboratorio segreto nella città di Siviglia. Il suo contributo è necessario per la ricerca portata avanti da Sofia (Cotillard), una misteriosa scienziata che vuole curare la vocazione umana alla violenza. Grazie a una macchina chiamata Animus la mente di Callum viene fatta incarnare nel corpo di un suo antenato, Aguilar, membro dell’antica setta degli Assassini, l’unico a sapere dove si trova un antico manufatto che sembra essere la chiave di tutto. Peccato però che dietro questa ricerca si nascondano le mire dei redivivi Cavalieri del Tempio.

Esoterismo alla Dan Brown e una lunga tradizione di fumetti scritti male sembrano le principali fonti di ispirazione della trama del videogioco e l’eccessiva adesione al materiale originale – pur senza adattare nessun capitolo della saga nello specifico – è forse il peccato originale di Adam Cooper e Bill Collage, i due sceneggiatori che per primi si sono assunti l’onere. Né tantomeno è riuscito a metterci una pezza Michael Lesslie, incaricato di rivedere lo script dopo il coinvolgimento di Kurzel nel progetto.

Poco può fare un regista se si parte da un copione del genere, specie al cinema dove non è possibile saltare i dialoghi premendo un tasto del joypad. Ma quel poco che si può fare Justin Kurzel lo fa e parliamo di una piccola lezione di cinema, dove l’azione e la fotografia, dove la musica e gli effetti speciali si fondono in un’alchimia che riesce ad esaltarne le singole parti, dove riemergono prepotenti le visioni e il vigore narrativo del Macbeth al netto – ahimé – delle parole di William Shakespeare.  Le scene delle corse spericolate tra le vie e i tetti di una Siviglia del tardo medioevo sono affascinanti e divertenti e si confermano – come nel gioco – la punta di diamante del prodotto Assassin’s Creed. Peccato davvero per tutto il resto che invece sta ben al di sotto della sufficienza e a questo punto sorge il dubbio che per vedere un bel film tratto da un videogame bisognerà aspettare ancora qualche anno, in attesa che l’evoluzione narrativa dei giochi elettronici faccia un ulteriore passo avanti, perché quelli che ci sono stati – e ci sono stati – ancora non reggono alla prova di uno storytelling più ancorato alla realtà, come quello del cinema.

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Marcello Lembo

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