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Il GGG – Il Grande Gigante Gentile: la favola natalizia di Spielberg

Il GGG – Il Grande Gigante Gentile: la favola natalizia di Spielberg

Steven Spielberg torna a parlare di infanzia con Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, tratto dall’omonimo romanzo di Roald Dahl. Un’animazione molto realista stride, però, con l’estrema lentezza della pellicola, che, purtroppo, non si lascia ricordare in maniera indelebile. In sala dal 30 dicembre.

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Ad un anno da Il Ponte delle Spie, Steven Spielberg fa qualche passo indietro, a livello tematico, nella sua filmografia e torna a film quali E.T., A.I., HookLe avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno. Questa volta il mondo visto ad altezza bambino è raccontato attraverso la trasposizione cinematografica di Il GGG – Il Grande Gigante Gentile, romanzo di Roald Dahl pubblicato nel 1982 (cinque anni dopo in Italia).
C’era da aspettarselo un incontro tra Spielberg e Dahl e, forse, questo piccolo romanzo era il terreno più adatto per il regista neosettantenne. E se Tim Burton ha clamorosamente toppato con La fabbrica di cioccolato, se Danny De Vito e Wes Anderson sono usciti più o meno illesi dai rispettivi Matilda sei mitica e Fantastic Mr. Fox, Spielberg sceglie la strada dell’adattamento pedissequo, dimostrando quanto Il GGG fosse il romanzo che solo lui poteva adattare per il grande schermo.

Questa è la storia dell’incontro tra due “diversi”: la piccola Sophie, che soffre di insonnia e legge Dickens sotto le coperte, e il GGG, che si comporta in maniera del tutto opposta ai suoi simili. Tutti e due vivono in un mondo che non gli appartiene, che non necessariamente, però, si scontra con la realtà che entrambi riescono a costruirsi. Quasi inutile la presenza degli altri personaggi (tra cui gli stessi Giganti): la pellicola di Spielberg si illumina solo del magnifico rapporto che si crea tra la piccola e il gigante, due magici esseri, cacciatori e creatori di sogni. Un invito forte e chiaro ad aver fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, tanto da mettere in piedi un importante quanto strambo piano per salvare l’umanità (che comprende anche il coinvolgimento della Regina d’Inghilterra) da un attacco da parte di altri Giganti.

Perfetto l’esordio al cinema della giovane Ruby Barnhill, così come perfetta è l’interpretazione che il Premio Oscar (ottenuto proprio grazie a Spielberg lo scorso anno) Mark Rylance fa del GGG, con tutte le sue storpiature a livello linguistico (che in lingua inglese sono uno spasso). Ma ad una visione così potente, non corrisponde un prodotto finale di grande impatto. Con i suoi dialoghi intensi, Il GGG è l’apoteosi della parola e anche se lo scopo è quello di raccontare una fiaba con un preciso intento morale, chi guarda finisce col perdersi all’interno di un racconto eccessivamente lento, che relega i momenti più interessanti a pochi minuti. Quasi due ore di film, basate sulla sceneggiatura scritta da Melissa Mathison (E.T.), per raccontare qualcosa che nella sua versione cartacea, nell’edizione italiana della Salani, si svolge in poco più di 200 pagine, sono eccessive e stridono con la perfezione delle immagini (la fotografia di Janusz Kaminski è impeccabile). E così si rischia di perdere l’attenzione di chi guarda, soprattutto di quel pubblico giovane al quale l’opera è indirizzata.

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Augusto D'Amante

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