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Paterson: Il cerchio di una piccola vita

Paterson: Il cerchio di una piccola vita

Jim Jarmusch porta in scena Paterson, una piccolo omaggio alla quotidianità e alla lentezza. Con Adam Driver e Goldshifteh Farahani. In sala dal 29 dicembre.

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La casa, il lavoro, la poesia, gli affetti, la passeggiata, il pub. E poi di nuovo e poi di nuovo. Si muove in un lungo girotondo Paterson, il protagonista dell’ultimo film di Jim Jarmusch, che proprio da lui prende il titolo. Da lui e dalla sua città, così normale, così piena di storie e di suggestioni. È un piccolo esperimento, Paterson. Un film introverso e anticlimatico, che esalta la lentezza quando la lingua corrente è quella dell’accelerazione, che elogia il ritorno a casa quando la storia passata del regista è costellata di grandi fughe (Dead Man, Ghost Dog).

Adam Driver (villain dell’episodio VII di Star Wars) guida un autobus ed è un poeta per vocazione. Divide una casa con un cane e con la sua compagna, Goldshifteh Farahani (l’Exodus di Ridley Scott, Pollo alle prugne), aspirante pasticcera e aspirante folk singer. Conduce un’esistenza ciclica ma senza percepirla come una trappola. Neanche quando è tormentato dalla visione continua di coppie di gemelli, neanche quando l’atmosfera placida del pub è turbata da un amore non corrisposto. Bastano i piccoli gesti, i piccoli riti, a creare la base solida di una vita non banale. I deliziosi vezzi della donna che si ama, gli sfoghi di un collega insoddisfatto, i discorsi dei passeggeri di un autobus.

Ma Jarmusch vuole anche dirci qualcos’altro. Ci invita a guardare a sotto la superficie, ci invita a non snobbare la quotidianità. E così nel piccolo quadro impressionista lo sfondo ci si svela a poco a poco. La quieta Paterson con i suoi cittadini celebri. Dal Costello di Abbott e Costello (Gianni e Pinotto, per gli autarchici), passando per l’anarchico Gaetano Bresci, colui che uccise re Umberto I (ricordato in una scena che omaggia anche il Wes Anderson di Moonrise Kingdom). Fino al poeta William Carlos Williams che proprio alla cittadina di Paterson ha dedicato una delle sue opere.

E della quotidianità sono pervase anche le poesie del protagonista (composte in realtà dal poeta Ron Padgett). Tra pacchetti di fiammiferi, boccali di birra e corse in autobus, che nel dispiegarsi dei versi diventano spesso qualcosa d’altro. Così come succede al film, che spezza la sua monotonia con i colpi di un teatro minimale. I dispetti di un cane, un guasto al motore, l’incontro con una ragazzina o con un turista giapponese. Eventi normali, apici di un dramma delle piccole cose. Ma Paterson è anche la forza di tornare a scrivere, di ricominciare da capo, di trovare nuovi spunti, nuove suggestioni. Per non perdersi in questo laico samsara, che comunque ci vuole abbracciare e non soffocare. E in definitiva Paterson, col tocco leggero del suo regista, con la bravura dei suoi protagonisti, è un film delicato e diverso, che forse non piacerà a tutti, ma che ha il merito di tentare un’altra strada, la strada che ci riporta a casa.

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Marcello Lembo

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