LOGO
,

Alps: la realtà “altra” di Lanthimos

Alps: la realtà “altra” di Lanthimos

Vincitore dell’Osella alla Sceneggiatura al Festival di Venezia del 2011 e del premio per il Miglior Film al Festival di Sidney nel 2012, dopo cinque anni dalla sua produzione, arriva nelle nostre sale Alps, pellicola del regista greco Yorgos Lanthimos che non fa altro che confermare il suo talento.

4stelle

Hanno i nomi delle montagne più importanti delle Alpi e offrono la soluzione per colmare il vuoto lasciato nelle nostre vite dalle persone a noi care che sono scomparse: sostituirsi a loro. Un paramedico, un’infermiera, una ginnasta e il suo allenatore sono i componenti di un gruppo, Alps, che, dietro pagamento, sono disposti ad annullare le loro esistenze pur di aiutare i loro clienti a sopire la sofferenza di una perdita. Le rigide regole del gruppo, però, comportano un prezzo altissimo da pagare per i loro membri.

Ultimo film in lingua greca prima di approdare all’inglese con The Lobster, Alps arriva nelle sale italiane con un enorme (e ingiustificabile, a parere di chi scrive) ritardo di cinque anni e non fa altro che sottolineare quanto sia notevole il talento di Yorgos Lanthimos. A Lanthimos piace giocare in equilibrio tra realtà e assurdo, arrivando a creare una “realtà altra”, un luogo di transizione dove gli elementi del reale si fondono con quelli più surreali, ma senza rinunciare alla verosimiglianza. Lo avevamo visto già nel film con Colin Farrell, ma qui emerge in maniera più netta: la bravura di Lanthimos, infatti, sta nel confezionare la vicenda in una maniera così accurata da farcela sembrare naturale, quotidiana. Finiamo col perdere la bussola e mentre proviamo a districarci nel labirinto che il regista ci mette davanti durante la prima metà del film, ci accorgiamo che quello che stiamo vedendo è un lavoro che va al di là delle sue premesse.

Il quarantatreenne regista greco costruisce una pellicola che ha tutti gli elementi giusti per toccare, anzi, scuotere profondamente le nostre emozioni, ma non sceglie la troppo semplice strada del sentimentalismo, bensì racconta tutto con grande freddezza, con una freddezza che esplode in ogni scena del film. Asfittico e sporco, Alps vive delle luci ‘da sala operatoria’, delle interpretazioni volutamente piatte dei suoi interpreti, tanto che sembrano indirizzarci non verso ciò che viene detto, ma verso un significato più nascosto e inconscio. Nonostante si tratti di un film che parla alla nostra ragione, alla nostra testa, più che alla nostra pancia, tutti quegli elementi che portano con sé una chiave emotiva molto forte – la separazione, il dolore causato dalla perdita, l’elaborazione del lutto, la costruzione di una realtà limitata e limitante – seguono la strada dell’assurdo e del grottesco. Emblematica la scena in cui una delle protagoniste prova con un cliente una lite (con tanto di battute e gesti prestabiliti) per poi metterla in pratica poco dopo o quello in cui due membri del gruppo devono simulare una scena di adulterio.

Questo mondo “altro” di Lanthimos è fatto di ingombranti maschere (anche nei dialoghi, dove non mancano rimandi ad attori e attrici famosi) e i protagonisti di Alps le sanno portare così bene che ben presto la confusione prende il sopravvento: dove inizia la loro vita? Dove finisce quella del personaggio che stanno interpretando? Tra tutti l’infermiera, Monte Rosa, che cerca di interpretare il ruolo di sua madre dopo aver provato ad essere a tutti i costi accettata dalla famiglia di una giovane tennista defunta. Inevitabile, grazie alla naturalezza del racconto, una certa empatia del pubblico verso i personaggi: le relazioni sociali sono una finzione, interpretiamo un ruolo che ci viene imposto e quando ci troviamo soli con noi stessi, ci facciamo tanta paura.

About the author
Augusto D'Amante

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top