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Florence: Canto di Natale

Florence: Canto di Natale

La storia vera di Florence Foster Jenkins, colei che venne definita la peggiore cantante d’opera di sempre, diventa una commedia diretta da Stephen Frears e interpretata da Meryl Streep e Hugh Grant.

3stelle 

Una commedia brillante, una storia vera e le note stonate di Florence Foster Jenkins. Le esibizioni, la malinconia, la forza d’animo e infine la joie de vivre di quella che venne definita “la cantante d’opera peggiore del mondo” sono l’anima e il pentagramma di Florence, la nuova commedia di Stephen Frears, che dopo un’anteprima alla Festa del Cinema di Roma approda finalmente in sala. A dare forma e – letteralmente – voce allo spartito è la diva tra le dive, Meryl Streep, che torna nel ruolo di protagonista a un anno esatto da Dove eravamo rimasti. Accanto a lei c’è un redivivo Hugh Grant e si affacciano sul proscenio anche Simon Helberg (The Big Bang Theory) e Rebecca Ferguson (La ragazza del treno).

La storia della ricca ereditiera, dell’animatrice dei salotti, della soprano dilettante che tante bocche fece storcere quante ne fece ridere, diventa un omaggio sentito, olimpico, natalizio, alla mediocrità, all’importante è partecipare. La sceneggiatura dell’inglese Nicholas Martin ci risparmia però la tara della retorica sportiva, la magra consolazione del perdere a testa alta che spesso, a Hollywood, sembra nascondere quel sorrisetto ipocrita che sfoggiano tanti dei comprimari di Florence.

La ricca protagonista (Streep), il fido suonatore di piano (Helberg), il marito ex attore (Grant) con una fidanzata (Ferguson) e una seconda vita, si muovono con la sistematicità del diorama ma senza i suoi scatti, grazie al tocco delicato del Frears più leggero. Il regista di Philomena e Alta Fedeltà sceglie di raccontare un’amarezza circondata di risate, un’eroina inconsapevolmente pirandelliana, paladina dell’essere alimentata dalla feroce ambizione dell’apparire. Come ogni medium che si rispetti la Streep mette da parte se stessa per incanalare lo spirito della Foster Jenkins, o quantomeno questa sua astrazione cinematografica, inerpicandosi in scale musicali inesplorate, scoscese e un po’ bislacche. E se Meryl Streep regge tutto sulle sue spalle, lo fa con la consapevolezza che l’ensemble di turnisti che l’affianca sa suonare e tiene il tempo. Grant e compagnia, dal canto loro, sfruttano il punto di riferimento e seguono in scia, intessendo una melodia narrativa che paradossalmente mai fu più dissonante.

Florence fa sorridere, e qualche volta fa anche ridere. Ci fa sentire in colpa e ci consola. Ci racconta la favola e ci svela la morale. Perché, come dice la protagonista, “potranno dire che non so cantare, ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato”.

 

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Marcello Lembo

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