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The Birth of a Nation: Quel guerriero di Nat Turner

The Birth of a Nation:  Quel guerriero di Nat Turner

Coraggioso, incendiario e appassionato: dopo la presentazione alla scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma, arriva in sala l’esordio alla regia di Nate Parker. The Birth of A Nation è il ritratto di Nat Turner, afroamericano che nel 1831 guidò una rivolta di schiavi nella Contea di Southampton in Virginia. In sala dal 14 dicembre.

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Saggezza, coraggio e lungimiranza: sono le qualità che fanno di un uomo un profeta, un capo. E almeno secondo Nate Parker, nel suo The Birth of a Nation, sono le stesse che avrebbero definito la personalità di Nat Turner, schiavo afroamericano che nel 1831 guidò una rivolta nella Contea di Southampton, in Virginia. Figura controversa che la letteratura del settore ha spesso consegnato all’immaginario collettivo come un fanatico sanguinario nonchè un radicale estremista supportato dalla sua incrollabile fede in Dio, dal suo misticismo e da una profonda conoscenza della Bibbia che il suo padrone, di cui aveva assunto il cognome, gli aveva insegnato a leggere sin da ragazzo: un predicatore che leggeva testi sacri per fare proselitismo tra la sua gente e che ben presto si sarebbe meritato l’appellativo di profeta.
La rivolta condotta da Turner terminò con la sua impiccagione dopo che gli insorti avevano massacrato qualsiasi bianco si trovasse sul loro cammino; il suo cadavere venne scuoiato e la sua carne usata per farne del grasso.
Nate Parker questo film lo ha voluto con tutto se stesso preoccupandosi di scriverlo, interpretarlo e dirigerlo a tal punto da firmarci il suo debutto alla regia.
The Birth of a Nation, probabile favorito ai prossimi Oscar, non è certo un film accomodante, a partire del titolo: palese e beffarda presa in giro di quel Nascita di una nazione del 1915 di David Wark Griffith, caposaldo del cinema moderno, nonché ritratto celebrativo del Ku Klux Klan, ristabilizzatore di ordine e sicurezza.
Il Turner di Parker è profetico, cristologico, rivoluzionario, un ribelle rabbioso e anche vendicativo, come spesso lo è chi sta dalla parte degli ultimi; il film non si risparmia per crudezza e violenza rinunciando a qualsiasi immagine consolatoria del nero abbrutito, sofferente, martire che per secoli ha tenuto a bada l’ego dell’uomo bianco.
Qui gli oppressi non solo piangono, sanguinano, pregano e si piegano sotto il peso delle catene nelle piantagioni di cotone, ma si incazzano, ti guardano negli occhi e sì, armati di asce e pugnali, uccidono selvaggiamente il ‘buon cristiano’.

The Birth of a Nation è un film incendiario, appassionato, arrabbiato, potente anche se a volte la foga del regista prende il sopravvento inondalo di una retorica sconsiderata e immagini oniriche fuori contesto, un Braveheart in salsa afro che trova il suo guerriero in Natan Turner.
Un j’accuse anche verso quel verbo cristiano usato come strumento per addomesticare gli animi più irrequieti (“Anche il negro più cattivo teme il Vangelo”) e che un giorno inevitabilmente si ritorcerà contro gli stessi oppressori .
“Si spezzino le catene della malvagità, si sciolgano i legami del giogo, si lascino liberi gli oppressi, s’infranga ogni sorta di catene. Presto sarà il momento in cui gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi”: a queste parole Parker affida il germe della rivoluzione, una presa di coscienza innescata da quella Bibbia che Turner conosceva così bene e che in nome di un Dio iracondo prima ammansisce e poi libera.

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Elisabetta Bartucca

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