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È solo la fine del mondo: home is where it hurts

È solo la fine del mondo: home is where it hurts

Vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2016 e in lizza per la nomination all’Oscar come Miglior Film Straniero, dal 7 dicembre arriva nelle nostre sale È solo la fine del mondo, ennesima grande prova da regista del ventisettenne Xavier Dolan. Grazie ad un cast eccezionale, il regista scava nel lato più oscuro della famiglia, costruendo spazi claustrofobici con la sola forza dei dialoghi e degli sguardi.

4stelle

Fino al 2014, in Italia avevamo visto solo un film dell’enfant prodige canadese Xavier Dolan, quel Mommy che condivideva il Premio della Giuria del Festival di Cannes di quell’anno con Adieu au langage, ad opera di quel pezzo di storia del cinema che porta il nome di Jean-Luc Godard. Inevitabilmente il cinema di Dolan si è fatto notare anche qui da noi e così, quest’anno, ben tre dei suoi sei film sono arrivati nelle nostre sale, prima grazie a Movies Inspired e, adesso, a Lucky Red. Dopo Laurence Anyways e Tom à la ferme, il 7 dicembre è la volta di È solo la fine del mondo, ultimo (per il momento) film in lingua francese del regista prima di approdare nel magico – e pericoloso – mondo di Hollywood con The death and life of John F. Donovan, atteso per il 2017.

È solo la fine del mondo racconta la storia di un ritorno a casa dopo 12 anni di assenza: Louis (Gaspard Ulliel) è uno scrittore di successo che decide di ritornare dalla sua famiglia per comunicare qualcosa di molto importante. Ad attenderlo ci sono la madre (Nathalie Baye), il fratello maggiore Antoine (Vincent Cassel), la cognata Catherine (Marion Cotillard) e la sorella minore Suzanne (Léa Seydoux). Abbandonato il formato 1:1 che ha contraddistinto tutti i suoi primi film fino a Mommy, Dolan continua a farci sentire in trappola: claustrofobici sono i primi piani, che sottolineano la grandezza dei suoi interpreti, e claustrofobici sono i dialoghi, le parole. La pellicola è un fluire ininterrotto di parole, spezzettato ogni tanto da qualche respiro profondo, da una boccata alla sigaretta e da scelte musicali sempre impeccabili e – mai come questa volta – sorprendenti: Dolan costruisce muri alti e stanze anguste dentro le quali non riusciamo a muoverci e il tempo sembra, apparentemente, fermarsi. Invece è il continuo ticchettio delle lancette, il puntuale cucù dell’orologio a farci stare immobili, in un’attesa sempre più crescente verso una rivelazione tanto sofferta. Ma con uno spirito quasi sadico, Dolan ci lascia sospesi, quasi a sottolineare quanto il senso della pellicola non stia nel suo svolgersi, ma in ciò che viene detto e nelle connessioni che si creano tra i personaggi in scena.

Trasposizione cinematografica del testo teatrale omonimo di Jean Luc Lagarce, la pellicola tende a mettere in discussione tutta quella ricerca sulla famiglia che Dolan ha iniziato nel 2009 con J’ai tué ma mère e che ha raggiunto il suo splendore con Mommy. Il sacro focolare domestico diventa il luogo dell’oppressione dei suoi membri, dove il dolore si manifesta e si esprime con battutine sottilmente crudeli, con urla, con sguardi di rimprovero, di biasimo o, peggio ancora, di invidia (e non a caso l’accompagnamento musicale del ritorno di Louis è affidato al brano Home is where it hurts, della cantautrice francese Camille).

Tutti i personaggi finiscono per mostrarsi nella loro fragilità e debolezza e ognuno pronuncia le parole che più gli appartengono. Così quelle di Nathalie Baye sono le parole piene di dolcezza, tenerezza e rimpianto di una madre; quelle di Vincent Cassel vivono di rabbia e frustrazione, mentre quelle di Léa Seydoux di ammirazione per il fratello; a Marion Cotillard spetta, invece, l’imbarazzo dei convenevoli, ma anche la ricerca di una complicità e la capacità di un’anima sensibile di comprendere, seppur estranea, ciò che il suo interlocutore sta provando. Infine c’è il non-detto di Louis: Gaspard Ulliel, con il suo spigoloso e bellissimo volto, rende perfettamente la grande confusione che vive il suo personaggio e, proprio per questo, è l’unico che, senza parlare, effettivamente si mette a nudo sin dall’inizio. Tutti vivono ciascuno agli antipodi degli altri e quando si incontrano, ecco l’apocalisse.
Cupo, ma catartico, come il volo dell’uccellino nel finale, È solo la fine del mondo sottolinea quanta sofferenza genera l’allontanamento, non solo a livello fisico, e, seppur non così potente come l’epico Laurence Anyways, non fa altro che confermare il talento di questo giovanissimo regista.

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Augusto D'Amante

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