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Sully: L’elogio dell’eroe comune

Sully: L’elogio dell’eroe comune

Clint Eastwood e Tom Hanks portano sullo schermo la storia di Chesley “Sully” Sullenberger, il pilota che riuscì con un disperato atterraggio sul fiume Hudson a salvare tutti i suoi passeggeri. In sala dall’1 dicembre.

3stelle

Una situazione impossibile, 200 secondi per decidere, il destino di 155 persone sulle spalle. Correva l’anno 2009 e la storia del comandante Chesley “Sully” Sullenberger, protagonista suo malgrado di quello che venne definito il Miracolo dell’Hudson, fece il giro del mondo. Sette anni dopo è un film a celebrarne le gesta e a raccontare anche l’altra faccia della medaglia: l’istinto dell’eroe ma anche i dubbi dell’uomo. Sully è la nuova opera di Clint Eastwood, che segue il successo di American Sniper, e a incarnare il pilota del volo 1549 della US Airways è Tom Hanks.

L’intreccio di Sully non si concentra tanto sull’incidente e sul temibile atterraggio d’emergenza sul fiume Hudson – sebbene gli eventi vengano ricostruiti più volte e da diversi punti di vista – ma sull’indagine che ne seguì. Quando le autorità inquirenti misero in dubbio le scelte del comandante Sullenberger (Hanks) e misero alla sbarra lui e il co-pilota Jeffrey Skiles (Aaron Eckhart), accusandoli di aver distrutto un costosissimo aereo e di aver messo a repentaglio senza motivo la vita dei passeggeri.

Il meccanismo narrativo imbastito da Todd Komarnicki, che ha adattato il libro scritto dallo stesso Sully e da Jeffrey Zaslow, è semplice ed elegante. Mette da parte la più banale delle retoriche e cerca di tracciare il profilo dell’eroe a partire dalla sua negazione. La canonizzazione laica di Sully non arriva a seguito di un gesto, pur importante nel suo simbolismo post-11 settembre, ma attraverso il suo tentato (e in realtà fittizio) martirio ad opera di una serie di burocrati più interessati alla salvezza dell’aereo che non dei suoi passeggeri.

Nell’equazione di Sully elemento primario è ovviamente Tom Hanks e l’attore incanala la stessa forza civica che aveva portato sullo schermo qualche anno fa in Captain Phillips. Molto simili i due personaggi, passati alla storia come eroi solo per aver compiuto il loro dovere con una dedizione che sfida il pericolo. Composto e sicuro dei suoi mezzi è anche Aaron Eckhart, che solo con la sua battuta finale, uno dei passaggi più riusciti del film, riesce a scardinare l’idea che Sully abbia un solo personaggio e un solo protagonista. E non è un caso che dopo quella battuta la parola passi al comandante Sullenberger – quello vero – che ci spiega il senso del suo gesto, e in parte anche del film, nella sequenza dei titoli di coda, affiancato dal suo copilota, dalle hostess e da un gruppo di sopravvissuti.

Inutile dire che lo stile di Eastwood si esprima ai massimi livelli. Il regista di Gran Torino e Million Dollar Baby con la collaborazione del direttore della fotografia, Tom Stern, tinge il suo racconto dei toni blu-inverno dell’Hudson, lo accompagna alle note dolenti del suo jazz vecchia scuola e grazie a una storia che sembra armonizzarsi perfettamente alla sua sensibilità aggiunge un altro bel capitolo a una filmografia già invidiabile.

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Marcello Lembo

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