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Visioni Fuori Raccordo 2016: La parola al direttore del festival

foto-di-luca-ricciardi

 

Cinema del reale a partire dalle periferie. In particolare dal serpentone del Corviale di Roma, nove anni fa, quando Visioni Fuori Raccordo era ancora alla sua “prima battagliera edizione”. Oggi è diventato una realtà solida, l’unico festival della capitale dedicato al documentario e si prepara a rinnovare i suoi appuntamenti dal  10 al 14 dicembre. Ecco le anticipazioni direttamente dal direttore Luca Ricciardi.

Il festival è ormai un appuntamento romano consolidato. Qual è il percorso fatto fino a oggi e a che punto siete arrivati?
Siamo partiti con una buona dose d’incoscienza da una battagliera prima edizione realizzata nel complesso case popolari di Corviale, il famoso serpentone di Roma, e dall’idea di raccontare le periferie nella rappresentazione del cinema documentario e ci siamo trovati dopo un percorso lungo e affascinante a declinare quell’indicazione geografica in qualcosa di più e di diverso: periferie come parola-chiave dai molti significati: margine, conflitto, sperimentazione, movimento, identità, memoria. Dal dettaglio siamo passati a un campo lungo ricco e complesso, che descrive tanto l’oggetto del cinema che amiamo quanto la sua natura, artistica e produttiva. Vale a dire che, quando il cinema è in grado di raccontare il sommerso, il marginale, il conflittuale, spesso è – esso stesso – tutte queste cose.
Visioni Fuori Raccordo quest’anno compie nove anni. Un tempo necessario ad elaborare la ricerca e la visione che oggi ci spinge a proporci come festival del documentario di Roma.

Che cosa aggiunge Visioni Fuori Raccordo all’ampia offerta cinematografica della Capitale?
Oggi il nostro festival offre al pubblico della Capitale un raro momento di conoscenza e di confronto sul cinema del reale, ancora troppo poco sostenuto nel nostro Paese nonostante i successi che il documentario registra nei maggiori festival e mercati internazionali. Pensiamo che Roma debba avere un suo festival dedicato al documentario, inteso in tutte le sue possibili declinazioni, come d’altronde hanno già da tempo molte grandi città europee.

Com’è articolata la nona edizione del Festival?
A una ormai tradizionale sezione competitiva, dedicata ai migliori titoli italiani prodotti nell’ultimo anno, che rappresenta bene il filo rosso della sua ricerca pluriennale, si affianca da questa edizione una nuova sezione di cui andiamo molto orgogliosi, che porta per la prima volta a Roma alcuni titoli internazionali di grande spessore, reduci da successi nei maggiori festival del mondo.

Dunque una grande novità. Un’intera sezione dedicata al documentario internazionale. Com’è stata concepita?
La sezione internazionale quest’anno ruota attorno alla parola chiave HomeLANDS.
Abbiamo voluto esplorare, grazie alla collaborazione di Fabio Mancini e Laura Romano, il senso dell’identità attraverso documentari prevenienti dai più importanti festival internazionali, che si muovono tra confini geografici complessi e identità in divenire, nella ricerca di un’appartenenza che spesso sfugge ed è frutto di percorsi coraggiosi, contraddizioni e scelte radicali: dal deserto dell’Iran, dove Blade&Beard organizzano rave-party illegali nella Repubblica Islamica (Raving Iran, di Susanne Regina Meures), al difficile ritorno a Gerusalemme di una famiglia dopo anni di vita all’estero (PS Jerusalem, di Danae Elon); da Samantha aka Princess SHAW scoperta dal musicista Kutiman grazie ai suoi video-diari postati su YouTube (Presenting Princess SHAW, di Ido Haar); all’adolescente transgender che sta scoprendo di avere una nuova voce (Real Boy, di Shaleece Haas); dalla bellezza lirica di alcune istantanee africane (35 cows and a Kalashnikov, di Oswald von Richtofen), fino al crudo racconto del fenomeno turistico che conduce famiglie tedesche e austriache in Namibia per la caccia grossa (Safari di Ulrich Seidl).
Si tratta di un’occasione unica per conoscere film capaci di sorprendere, che raccontano storie di confine e che al tempo stesso, con grande consapevolezza linguistica, ridisegnano i confini del cinema documentario.

È però il Concorso Italiano che negli anni ha caratterizzato il vostro festival. Come funziona?
Il concorso, è vero, rappresenta il cuore del Festival ed è il luogo dove il nostro sguardo di selezionatori, nel corso del tempo, è maturato portandoci ad elaborare una visione, un’identità che oggi viene da più parti riconosciuta. È l’attività cui si dedica un nutrito gruppo di lavoro ed è coordinata da Giacomo Ravesi. Non abbiamo posto vincoli particolari di durata, né imponiamo che i film siano inediti. Ciò che ricerchiamo sono opere capaci di muoversi nel campo della realtà utilizzando con consapevolezza il linguaggio del cinema, in tutte le sue possibili declinazioni. I film selezionati e presentati durante il festival sono valutati da una giuria, quest’anno composta da Giulia Amati, Boris Sollazzo e Giovanni Piperno, che lavora “pubblicamente”. Vale a dire che la riunione in cui si discute e si assegna il premio al miglior documentario è videoregistrata e diffusa on-line subito dopo la premiazione. Un modo di garantire trasparenza, ma anche e soprattutto di favorire confronto e discussione attorno ai film in concorso.

Allora parlaci del Concorso italiano di quest’anno. Cosa ci aspetta?
Continua a guidare la nostra ricerca una parola-chiave, periferie, intesa anche nelle sue accezioni più metaforiche: periferie dell’anima, dei corpi, oltre che dei luoghi.
Quest’anno i nove titoli selezionati esplorano paesaggi urbani e umani di confine e in trasformazione, come lo stretto di Messina (38 || Nord) e lo sgombero del Platz di Torino (I ricordi del fiume); mostrano luoghi in cui persistono riti arcaici (Triokala); raccontano l’educazione sentimentale dei bambini del quartiere Zen di Palermo (A noi ci dicono); osservano la vita dei figli di donne detenute (Ninna nana prigioniera); evocano le memorie e le utopie di un filosofo malato di Sla (La natura delle cose); ricercano le possibilità della coscienza umana a confronto con responsabilità di guerra (Il successore); o della guerra indagano le conseguenze (Grozny Blues); e si spingono fino in Tailandia alla scoperta di una donna che cerca un riscatto personale attraverso la Thai Boxe (Goodbye darling, I’m off to fight).

E se dovessi indicarci tra tutti un appuntamento da non perdere?
Sono tutti da non perdere! Ma, certamente, la serata finale è un’occasione unica. Mercoledì 14 dicembre, dalle 20.00, proiettiamo il film Raving Iran, presentato dalla regista. Poi, a pochi minuti dal Teatro Palladium, la festa di chiusura del festival ospita al Rashomon Bar i due DJ iraniani protagonisti del film, Blade & Beard.

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La redazione

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