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TFF34 – La felicità umana: Maurizio Zaccaro, “La felicità? È creata ad arte dal mercato”

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La felicità esiste? Qual è il segreto per essere felici nelle società moderne fagocitate dal bisogno di un benessere prima di tutto economico? È utopistico immaginare di adottare l’indicatore di sviluppo teorizzato in Bhutan, uno degli stati più poveri dell’Asia che dagli anni ’70 calcola il benessere della popolazione sulla base della Felicità Interna Lorda e che secondo alcuni sondaggi svetta in cima alle classifiche come il paese più felice del continente? È un caso che le nazioni con un Pil più elevato occupino invece le posizioni più basse?
Ci si è accapigliati e consumati per millenni su cosa sia la felicità e oggi ci prova anche il documentario di Maurizio Zaccaro (un David di Danatello per Dove comincia la notte nel 1992), La felicità umana, presentato al Torino Film Festival e realizzato raccogliendo tre anni di interviste in giro per il mondo a filosofi, registi e cultori della materia da Andrè Comte Sponville a Serge Latouche passando per Aleida Guevara.
Occhio a non vederci però il tentativo di dare delle risposte: “Il film è una provocazione più che una riflessione sulla felicità: tutti noi ci sentiamo autorizzati a indicare agli altri cosa fare per essere felici pensando di avere una bacchetta magica. – ci racconta Zaccaro a Torino – Una via new age di interpretazione che ci fa perdere di vista l’obiettivo finale: la felicità è inafferrabile e impalpabile, ma non viene mai detto che è creata ad arte dal mercato per cui se non hai l’ultimo modello di smartphone non puoi essere felice, come se solo la tecnologia potesse darci la felicità”.
Un film “puzzle”, un “mash up” come lo ha spesso definito, nato da una folgorazione improvvisa. “Stavo girando un documentario per la Cineteca di Bologna, Come voglio che sia il mio futuro, e ogni giorno facendo su e giù  con il treno tra Rimini e Ravenna passavo davanti al graffito di uno slogan anarchico su un fabbricato: ‘Nasci, produci, consuma e muori’. Una volta durante uno di quei viaggi, mi capitò di sentire una ragazza dire all’amica che le faceva notare quella scritta: ‘Eh, capirai che felicità!’ ”.
La felicità umana è nato così e ha visto la luce dopo un “crowdfunding deprimente” e l’intervento salvifico di Roberto Balducci: “Il film gli piacque molto e quindi decise di aiutarmi finanziandomi”.
Il film non lascia spazio a speculazioni o a risposte consolatorie, ma tenta di fare il punto mettendo insieme i pezzi a partire dallo slogan che campeggia in locandina: “Povero non è colui che possiede poco, ma colui che desidera di più”.
Le parole di Seneca non sono poi molto diverse da quelle di Latouche per cui “non c’è legame tra felicità e Pil”, ma c’è piuttosto “un’ impostura” nella modernità, che non è riuscita a mantenere la promessa di felicità e emancipazione. “Ci sarebbe bisogno di quello che nel documentario Latouche definisce ‘decrescita felice’ – ci spiega Zaccaro –  che non vuol dire vivere come gli Amish (senza corrente, senza mandare i bambini a scuola o facendo a meno di qualsiasi forma di tecnologia), ma significa invece porre un limite allo sperpero, perché dobbiamo sempre ricordare che in cambio del denaro diamo parte del nostro tempo”.
E allora forse, ci fa notare il regista, aveva ragione l’ex Presidente dell’Uruguay José Mujica, quando durante il suo discorso (inserito nel documentario) all’Onu nel 2012 disse: “Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere.
E Zaccaro non ha dubbi: “Quest’economia così come è impostata uccide. Non dico che si possa fermare la globalizzazione perché sarebbe come andare contro i mulini a vento, ma possiamo certamente dire che il libero scambio è una puttanata solenne”.
Tanti e diversi i personaggi intervistati, persino una giovanissima suora di clausura dalla quale non si sarebbe certo aspettato una frase come quella contenuta nell’enciclica di Papa Francesco: “Stavamo parlando da un po’ e mi disse: ‘Questa economia uccide’. – continua a raccontarci il regista – Non ti aspetti che una ragazza di vent’anni, suora, per di più di clausura, rinchiusa in un monastero, che dovrebbe raccontarti di Dio e degli uomini, finisca invece per parlarti di economia.
Il suo discorso non è molto lontano da quello del ragazzo combattente dell’Isis di qualche scena prima che dice: ‘Non crediamo nella felicità perché ci porta lontano da Dio, ma crediamo nel disagio che ci avvicina a Dio’. In questo frammento capisci in maniera lampante che fra i due c’è un contatto e mi interessava metterlo in evidenza”.
Dopo la proiezione di Torino il film farà tappa a gennaio anche all’Odeon di Firenze, ma a Zaccaro piacerebbe soprattutto farlo vedere nelle scuole “ai ragazzi, alle menti in formazione. Mi hanno chiamato già da Ragusa per portarlo in alcuni istituti”.

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Elisabetta Bartucca

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