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TFF34 – Clash: Il Cairo in un blindato

TFF34 – Clash: Il Cairo in un blindato

Clash di Mohamed Diab ci porta nel caos della rivoluzione che sconvolse il Cairo e l’intero Egitto. Il film, candidato dall’Egitto alla corsa agli Oscar, dopo il passaggio a Cannes esordisce in Italia al Torino Film Festival.

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Piazza Tahrir inondata di gente se la ricorda bene, perché nei giorni della rivoluzione che avrebbe portato alle dimissioni del presidente Hosni Mubarak e in quelli delle rivolte che negli anni successivi avrebbero trascinato il paese in una guerra civile lui era lì. Ma Hany Adel forse non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi qualche anno dopo a interpretare uno dei protagonisti di Clash, che segna al Torino Film Festival solo una delle tappe che dopo Cannes, dove è stato presentato come film d’apertura dell’Un Certain Regard, lo accompagneranno nella sua marcia verso l’America. Il film di Mohamed Diab, il regista che si era fatto già apprezzare al suo esordio nel 2010 con Cairo 678, è infatti il candidato dall’Egitto nella corsa agli Oscar per il miglior film straniero. Strano destino per una pellicola inizialmente contestata in patria, dove prima della sua uscita “molti canali tv senza neanche averlo visto lo accusavano di essere antigovernativo e contro il paese. Tre settimane fa però il film è arrivato nelle sale ed è piaciuto molto”.

Hany Adel interpreta una delle 23 persone caricate su un furgone della polizia durante le rivolte al Cairo nel 2013, due anni dopo la rivoluzione ed è all’interno di questo abitacolo che si sviluppa l’intero film di Diab. Un punto di vista privilegiato con piccole incursioni sul ‘fuori’ devastato da violenti scontri mentre ‘dentro’ una variegata umanità (un anziano padre e sua figlia, una famiglia, un giornalista e un fotografo, gruppi di amici, adolescenti e bambini tutti divisi tra Fratelli Musulmani e sostenitori dell’esercito) dovrà cercare di superare le proprie divergenze politiche e religiose se vorrà sopravvivere alla furia che divampa tutto intorno.

“Ognuno di loro appartiene a mondi diversi – ci racconta l’attore, a Torino per presentare il film – ha punti vista differenti sulla politica e sulla società, ma ogni volta cercherà di confrontarsi fino a quando non troverà una via di uscita. Sono la dimostrazione che quando riusciamo a superare le nostre divergenze di opinioni è possibile fare uno sforzo comune per trovare una soluzione”.

Girare in uno spazio così limitato non è stato affatto semplice con una sola videocamera, un operatore addetto alle riprese sul posto – che era lo stesso direttore della fotografia – e un altro che da remoto si occupava della messa a fuoco, niente effetti speciali e nessun materiale d’archivio: bastava il fatto che “tutti i componenti della troupe avevano vissuto i giorni della rivoluzione e ciascuno di noi ne conosceva dettagli e immagini”. Ci sono voluti tre mesi di prove “in una specie di scatola molto simile all’ambiente del furgone dove poi avremmo girato la maggior parte del film”.

Il viaggio di Clash procede per alternanze tra l’interno del blindato e le strade del Cairo invase dai manifestanti e assediate da scene di guerriglia urbana tra fazioni opposte, un viaggio delirante e confuso dov’è sempre più difficile capire chi c’è dall’altra parte della barricata. Un’implosione riprodotta nell’angusto spazio del furgone dove ad ogni lite, ad ogni scontro sembrerà spesso prevalere un comune spirito di sopravvivenza, che a volte si dimostra capace di andare oltre qualsiasi dogma religioso o convinzione politica. Salvo precipitare l’attimo dopo nuovamente nella follia dello scontro.

Mohamed Diab ha il grande merito di essere riuscito a convogliare tra le quattro pareti di un furgone il caos e le violenze di quei giorni, ponendoli alla base di molte delle più oscure conseguenze consegnate alla Storia recente: non è un caso ad esempio che alcuni personaggi valutino l’ipotesi di unirsi agli estremisti siriani una volta che le rivolte saranno finite, “perché questa è solo una tappa”. Diab non ha problemi ad ammetterlo e a chi tempo fa gli chiedeva quale connessione ci fosse tra i Fratelli Musulmani e Daesh, il regista rispondeva: “La risposta è nel film: l’esposizione alla brutalità e alla violenza portano alcuni personaggi a considerare la possibilità di raggiungere i combattenti siriani. Ed è quello che sta succedendo in Egitto: i fratelli Musulmani sono al collasso, e così molti giovani li abbandonano e si uniscono a Daesh”. Crudo e profondamente realistico, Clash finisce per essere uno dei più lucidi e umani ritratti di una realtà molto complessa, che vive di sfumature e che né le immagini raffazzonate e devianti dei media, né la forza di un documentario avrebbe potuto descrivere meglio.

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Elisabetta Bartucca

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