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TFF34 – I figli della notte: Deformazione di un rampollo

TFF34 – I figli della notte:  Deformazione di un rampollo

Arriva al Torino Film Festival l’unico film italiano in concorso: l’esordio alla regia di Andrea De Sica, nipote di Vittorio, a lungo autore di colonne sonore e aiuto regista sui set di Bertolucci e Ozpetek. La scelta è una favola nera a partire dall’universo disturbante di un collegio per ricchi adolescenti isolato tra le nevi delle Alpi.

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Rampolli di buona famiglia, figli di madri e padri inadeguati, relegati in collegi super esclusivi, meglio se il collegio in questione è un edificio sperduto nel bel mezzo delle Alpi: castrante, disturbante, una sorta di labirinto degli orrori, lezioni di economia, mezz’ora di telefonate al giorno, niente internet, zero ragazze.
Ma c’è di peggio: nel luogo dove si consumano atti di nonnismo con il benestare degli educatori, crescerà la classe dirigente del futuro. E non è certo un bel vedere. Almeno per come ce lo racconta ne I figli della notte Andrea De Sica, nipote di Vittorio e figlio di Manuel, un passato non certo digiuno di cinema impegnato sia come autore di colonne sonore che come assistente alla regia di Bernardo Bertolucci, Ferzan Ozpetek, Vincenzo Marra e Daniele Vicari ed oggi pronto (o quasi) al suo esordio cinematografico, l’unico italiano in concorso al Torino Film Festival.

Prima di cominciare le riprese dice di aver rivisto Sciuscià per ben tre volte, il suo film lo descrive come una “storia di deformazione” e per raccontarla ha immaginato una favola nera:  quella di Giulio (Vincenzo Crea), il 17enne protagonista del film che si ritrova catapultato nella solitudine e nella rigida disciplina di un collegio per ricchi adolescenti dell’alta società.
Qui Giulio imparerà a sopravvivere grazie all’amicizia con Edoardo (Ludovico Succio), uno che il collegio lo conosce bene: ci è entrato e uscito da quando aveva undici anni, perché per suo padre “era un investimento a perdere”.
Con lui Giulio  instaurerà una sorta di “interdipendenza strategica” diventando suo inseparabile compagno di fughe notturne verso un luogo proibito nel cuore del bosco. Tutto, pare, sotto l’occhio vigile dei tutor, perché anche la trasgressione fa parte della formazione dei futuri capitani d’impresa…

La spinta del film arriva direttamente dagli anni di liceo del regista e dall’incontro con le persone che gli hanno segnato la vita. “L. era stato tre anni in collegio, un ragazzo schivo, molto bene educato, era sempre il più elegante di tutti. Un giorno ebbe uno diverbio con un tipo per via di una ragazza: lo affrontò e lo lasciò riverso sul marciapiede in una pozza di sangue. L. fu denunciato per tentato omicidio: non fece mai parola di quello che aveva fatto, nemmeno per fare il gradasso. Sotto quell’aurea serafica e taciturna era nascosto l’istinto di un killer. – confessa – E. a quindici anni era già scappato di casa tre volte. Aveva fatto di tutto: il taccheggiatore, il barbone, il lavavetri, nonostante fosse molto ricco. Anche lui in passato era stato in collegio, dove aveva conosciuto i suoi più grandi amici, che dopo non avrebbe rivisto mai più”.
Questi incontri sono stati la spinta per provare a raccontare un universo giovanile che mi sembrava poco esplorato, almeno nel nostro paese: volevo raccontare un disagio che non è legato all’emarginazione sociale di qualsiasi natura, ma che non per questo è meno profondo o radicato oggi nella nostra società. La situazione estrema di un collegio per rampolli di ricche famiglie è stata la chiave che ho scelto per confrontarmi con uno dei sentimenti più forti che un adolescente possa sperimentare: l’abbandono
”.

Un disagio più e più volte ribadito (“I miei sanno fare le valigie come nessun altro: entra dentro di tutto, anche i figli”) ed evocato dal rigore delle atmosfere e dalla freddezza degli ambienti; i riferimenti però risultano alti e spesso ingombranti a partire dalle ripetute carrellate nei corridoi che vorrebbero strizzare l’occhio a Shining. La solitudine incombente cede il passo all’incubo e alle suggestioni da horror, mentre l’adolescente abbandonato diventa una sorta di Lucifero in una discesa spettrale negli antri più reconditi della mente umana.
Tante, forse troppe le suggestioni che De Sica pretende di mettere in campo per poi liquidarle in maniera frettolosa dimostrandosi invece abile regista nella gestione degli spazi e nella costruzione delle atmosfere. Lo stesso non può dirsi per la direzione dei giovanissimi attori le cui interpretazioni risultano spesso posticce e poco credibili, complici anche dei dialoghi spesso carenti di ritmo e poco organici.

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Elisabetta Bartucca

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