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Tff34 – Porto: Mi ricordo, sì, io mi ricordo

Tff34 – Porto: Mi ricordo, sì, io mi ricordo

Destinato a essere ricordato come l’ultima interpretazione di Anton Yelchin, prima che perdesse prematuramente la vita, il film diretto da Gabe Klinger arriva in concorso al 34esimo Torino Film Festival. Un unico dolente ricordo dell’incontro tra due solitudini. Struggente e malinconico come solo la memoria sa essere. 

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Ricordi, frammenti, istantanee. Fotogramma dopo fotogramma, un gesto, un volto, una mano che giocherella con un accendino, una tazzina di caffè, rumori, voci, un locale, immagini sfocate e consumate dal tempo che ormai è passato sopra ogni cosa… parole, sospiri, silenzi. Porto di Gabe Klinger parte da qui: rompe, destruttura, spezza qualsiasi regola di narrazione lineare e procede per flash costringendo lo spettatore alla ricostruzione del puzzle e alla condivisione di uno struggimento d’animo di cui trasuda ogni millimetro della pellicola. Un’ ode al tempo, al suo trascorrere struggente, alla sua capacità di offuscare, rarefare, distillare che fa suo un assunto di James Benning: “Tutto ciò che sperimentiamo può essere considerato solo ricordo”. E non è certamente un caso se si pensa che il regista è lo stesso di Double Play: James Benning and Richard Linklater, il documentario che racconta l’amicizia tra i due cineasti del titolo – grandi sperimentatori e narratori del passare del tempo – dagli esordi a oggi.

Un’opera outsider e profondamente originale per scelte di linguaggio e stile, destinata a essere ricordata per l’ultima interpretazione di Anton Yelchin, l’attore morto giovanissimo lo scorso anno in un incidente davanti alla propria abitazione.
L’intero film è un unico dolente ricordo della fugace notte di passione tra Jake (Anton Yelchin) e Mati (Lucie Lucas) e di quello che ne verrà, una storia di ‘amor fou’ rivista a distanza di anni attraverso incursioni frammentarie nelle vite di ciascuno dei due.
Il racconto procede per capitoli (per la precisione tre, ciascuno corrispondente a un punto di vista diverso: Jake, Mati, Jake e Mati) e affastella momenti, suggestioni e immagini che arrivano dritti dal passato. Nel dolente ricomporsi della memoria Klinger ricorre al Super 8 e ai 16mm per incorniciare i momenti successivi al loro incontro e usa invece il respiro dei 35mm per catturare i ricordi di quella ormai lontanissima folle notte di comunione dei sensi. Sullo sfondo Porto, le sue strade, i locali, la musica jazz, quell’atmosfera vagamente decadente e crepuscolare che cascherà sulla vita e i corpi dei due protagonisti.
Mati e Jake sono due stranieri: lei francese, lui americano, lei studentessa incastrata in una storia di convenienza con il suo professore universitario, lui un uomo solitario in esilio dalla propria famiglia. Si incontreranno la prima volta “per caso”, la seconda “per coincindenza” in mezzo al via vai di una stazione ferroviaria e la terza semplicemente “succederà”: in un bar, dove Jake troverà il coraggio di parlarle.
La notte portoghese li sorprenderà a desiderarsi, godersi, amarsi con la ferocia dell’ultima volta e l’incanto della prima e li accompagnerà tragicament verso il destino degli amanti perduti nel tempo.
Oggi Jake e Mati sono solo un ricordo. Un fotogramma. Un’immagine sporca. Un filmino in Super8. Una vita fa.

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Elisabetta Bartucca

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