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Knight of Cups, delirio esistenziale

Knight of Cups, delirio esistenziale

Presentato al Festival di Berlino 2015, dal 9 novembre arriva nelle nostre sale Knight of Cups, il nuovo film di Terrence Malick che lascia più di una perplessità.

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Un estenuante, mistico flusso di coscienza. Knight of Cups, ideale terzo capitolo della saga esistenzialista inaugurata da Terrence Malick con Tree of Life, Palma d’Oro a Cannes, e portata avanti con il meno fortunato To the Wonder, sbarca alla Berlinale, proprio dove il regista texano vinse l’Orso d’Oro nel 1999 con La sottile linea rossa. E’ uno dei film più attesi del concorso di questa edizione, ma la discesa agli inferi di una Los Angeles vuota e dissoluta, in cui viene scaraventato il protagonista di questa storia, lascia più di una perplessità.
L’ennesimo viaggio di Malick tra i deliri di un’umanità alla ricerca di sé questa volta passa per Christian Bale, l’inquieto cavaliere di coppe del titolo, che interpreta Rick, uno sceneggiatore di successo diviso tra il volgare sottobosco dei party di Santa Monica, la malinconica coltre di una città decadente, le donne in cui cerca conforto, distrazione e sollievo, ed esasperanti monologhi interiori.
Ma il viaggio che il protagonista intraprende nel tentativo di darsi delle risposte non è che una stanca riproposizione dei più classici clichè dell’ultimo cinema malickiano: le voci narranti fuori campo, la fisicità esplorata attraverso l’incontro dei corpi, lo stream of consciousness, le anime erranti, l’onnipresenza di madre natura.
Un misticismo autocelebrativo che rende il film ridondante e ripetitivo, privo di slancio, vuoto come il personaggio attorno al quale è costruito, salvo toccare vette impensabili per impatto visivo: potente, elegante, composto, grazie alla raffinatezza di Emmanuel Lubezki, direttore della fotografia già in Tree of Life e To the Wonder, premio Oscar per Gravity e quest’anno in attesa di conquistare la sua seconda statuetta con la nomination per Birdman.
Impossibile perdersi nella visione di un film pretenzioso, distante, freddo, che nulla aggiunge alla poetica di Malick, prigioniero ormai di se stesso e delle proprie ossessioni.

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Elisabetta Bartucca

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