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La ragazza senza nome: Il senso di colpa secondo i Dardenne

La ragazza senza nome: Il senso di colpa secondo i Dardenne

L’ultimo film dei fratelli Dardenne arriva in sala in una versione ridotta rispetto a quella presentata a Cannes, dove era in concorso: sette minuti in meno che non servono però a risolvere i problemi con cui il film nasce.

2stelle

 

 

Un’altra eroina femminile per il cinema dei fratelli Dardenne. Qualche anno fa era toccato alla operaia di Due giorni, una notte, Marion Cotillard, caricarsi sulle spalle la denuncia di una crisi economica, sociale e umana che è diventata tratto distintivo del contemporaneo, oggi ne La ragazza senza nome il compito di puntare il dito contro le nostre mancate assunzioni di responsabilità spetta ad una giovane dottoressa, Jenny (Adèle Haenel), che per tutto il film lotterà con il senso di colpa per non aver aperto la porta del piccolo ambulatorio dove lavora,  ad una ragazza che verrà ritrovata senza vita solo poco dopo nelle vicinanze dello studio.

Jenny non se lo perdonerà e la sua espiazione comincia con l’affannosa ricerca di  qualsiasi elemento utile a risalire all’identità di quel cadavere di cui non si sa nulla: non se ne conosce il nome né la provenienza. L’unica traccia sono i fotogrammi restituiti dalla telecamera di sorveglianza dello studio medico che immortalano gli istanti precedenti la morte: il volto disperato di una donna che cerca aiuto, la mano che batte insistente su quella porta.
Jenny era nella mente dei Dardenne da anni e sullo schermo diventa il simbolo di un senso di colpa condiviso e collettivo, peccato però che il duetto di registi che ha saputo regalarci capolavori di critica sociale abbia perso il suo tocco graffiante; il racconto infatti qui si arena in una ripetitiva e meccanica riproposizione di azioni nell’instancabile lotta della protagonista contro l’oblio.

Una ricerca vuota cadenzata dall’esasperante trillo  del cellulare o di un videocitofono, e non c’è un solo istante in cui si riesca a empatizzare con l’ostinata Jenny: non un’emozione, non un sussulto, non un moto dell’animo in chi guarda.
Il film che vedremo in sala è una versione ridotta di sette minuti rispetto a quella proiettata a Cannes, dove era in concorso; ma il taglio di alcune scene non sembra sia servito ad una riconsiderazione positiva de La ragazza senza nome, già aspramente criticato dopo l’anteprima cannense.
La storia annaspa tra meccanismi ormai standardizzati e il tentativo di dare una nuova veste alla denuncia sociale: quella di una detective story, che però non ha abbastanza mordente da coinvolgere lo spettatore.

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Elisabetta Bartucca

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