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Parola di Dio: tra fanatismo, paura e ragione

Parola di Dio: tra fanatismo, paura e ragione

Cosa succede se si prendono alla lettera le Sacre Sritture? Kirill Serebrennikov propone una risposta con Parola di Dio, film rivelazione della scorsa edizione del Festival di Cannes e vincitore del Biografilm Europa Audience Award 2016. Nelle nostre sale dal 27 ottobre.

3stelle

Non esistono vie di mezzo in Parola di Dio, il nuovo film di Kirill Serebrennikov, regista poco noto al pubblico italiano se non fosse per quel Playing the victim vincitore della prima edizione del Festival internazionale del film di Roma.
Veniamin è un adolescente in piena crisi mistica che finisce col trasformare la religione nella sua ossessione. Citando a memoria i passi più cruenti della Bibbia, il giovane riesce ad imporre a tutti la sua estrema ortodossia e l’unica voce che gli si contrappone è quella dell’atea professoressa di biologia, Elena. Ma si può rispondere con la sola ragione a chi nutre una fede cieca?

Sarebbe ingiusto classificare Parola di Dio come una provocazione e, allo stesso modo, sarebbe sbagliato considerarlo come pretesto per fare parallelismi troppo facili tra Bibbia e Corano o qualsivoglia testo sacro. Il film di Serebrennikov, il cui titolo originale, (M)uchenik, è un gioco linguistico che si snoda tra il significato della parola russa muchenik (martire) e uchenik (studente), è una riflessione di più ampio respiro sulla religione. Qui ci troviamo di fronte ad un giovane uomo che usa la religione come forma di manipolazione: scoprendo che il fanatismo gli conferisce una certa autorità e un certo potere, Veniamin condiziona le vite di chi gli si trova vicino, dalla madre all’amico, dai compagni di scuola al collegio docenti.

Non sono le letterali citazioni della Bibbia (in sovrimpressione Serebrennikov cita la fonte dei versetti recitati) a far raggelare il sangue, quanto la reazione delle persone che ascoltano quelle parole. Tutti, dai compagni di classe ai professori fino alla preside, sembrano subire il fascino del profeta Veniamin e, pur criticandone il comportamento, si lasciano influenzare. Così tutto in Parola di Dio ha il sapore della metafora: abbiamo la fede cieca rappresentata da Veniamin, abbiamo l’opportunismo di Grigoryi, la ragione di Elena, la tentazione di Lidia, il qualunquismo della preside. Serebrennikov popola i suoi coloratissimi piani sequenza di personaggi che in realtà sono solo personificazioni di condotte e idee universali e anche se ambienta il suo film in una scuola russa e parla di religione ortodossa, quello che dice – e che ci fa vedere – vale ovunque.

Tratto da una pièce teatrale di Marius von Mayenburg, Parola di Dio ci mostra uno scontro tra assolutismi che si ritrovano a parlare la stessa lingua: Veniamin (Petr Skvortsov è terribilmente bravo a portare sullo schermo questo personaggio) ed Elena finiscono col discutere citando la Bibbia, sottolineando quanto le frasi estrapolate dal contesto possano dare adito a interpretazioni diverse. La religlione di Veniamin è l’odio, quella di Elena è la ragione, la scienza. Ma il potere del fanatismo non va sottovalutato, perché la rabbia vive in ognuno di noi e le dinamiche che sottostanno all’inconscio sanno benissimo come approfittare delle nostre paure. Così, come accade spesso, la ragione, grazie alla paura, finisce per diventare vittima dell’odio. Aumentando i livelli di grottesco man mano che la storia va avanti (sottolineati anche dalle musiche), Serebrennikov punta il dito contro il fanatismo religioso, contro i dogmi imprescindibili e la cieca riverenza ad essi. E, soprattutto, contro quell’impotenza che proviamo quando ce li troviamo davanti.

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Augusto D'Amante

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