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Io, Daniel Blake: Dignità contro burocrazia

Io, Daniel Blake: Dignità contro burocrazia

Ken Loach affronta il tema del welfare britannico, puntando il dito contro una burocrazia disumana che umilia la gente in difficoltà. Io, Daniel Blake uscirà in sala il 21 ottobre.

4stelle

Una crisi che piega le ginocchia, la vana consolazione del welfare e in mezzo la fredda trappola della burocrazia. In Io, Daniel Blake Ken Loach torna ad affrontare la quotidianità della sua Inghilterra operaia, lasciando da parte per un attimo le escursioni nella storia (Il vento che accarezza l’erba, il recente Jimmy’s Hall). Torna il proletariato, torna anche il cinema di denuncia e di profonda umanità che ha sempre caratterizzato gli episodi migliori della filmografia del lucidissimo 80enne del Warwickshire.

La storia è quella di Daniel Blake (Dave Johns), falegname e carpentiere costretto a casa da un problema al cuore, che avrebbe diritto a un sussidio per i problemi di salute ma per un motivo o per un altro non riesce ad ottenerlo scivolando in una miseria sempre più angosciante. Daniel cerca così il conforto e la collaborazione della vicina, Katie (Hayley Squires), madre single con due figli a carico, anche lei costretta dalla crisi a vivere sull’orlo dell’indigenza.

La sceneggiatura di Paul Laverty, collaboratore abituale del maestro Loach, è chirurgica nel raccontare e nel denunciare la minaccia silenziosa di un molosso inattaccabile, quella burocrazia che traveste da inefficienze, che camuffa con inutili complicazioni, una strategia tanto fredda quanto precisa. L’intento di chi si nasconde dietro un call center ministeriale, di chi sconvolge le vite altrui protetto da una scrivania e da un posto fisso, è la progressiva umiliazione di un lavoratore, di una persona in difficoltà. Io, Daniel Blake racconta di una fetta sempre più larga della popolazione additata come nullafacente, ostacolata in ogni modo nell’affermazione dei propri diritti, costretta a ridursi all’elemosina o peggio.

Il resoconto, ispirato dalla testimonianza di molti ex impiegati del welfare che hanno abbandonato il posto perché non riuscivano, in tutta coscienza, a svolgere il loro lavoro, è tanto lucido quanto agghiacciante e, a dispetto dell’età avanzata, Loach dimostra di aver centrato e compreso a pieno uno degli aspetti più tragici di un presente che la crisi ha impoverito tanto moralmente quanto economicamente. Io, Daniel Blake è un’esperienza disturbante e toccante, che potrebbe uscire da un immaginario distopico e che invece vibra nella sottotraccia del reale, celata agli occhi di tutti se non di chi vive tutto questo in prima persona. Lo stile disadorno di Loach non è mai stato tanto funzionale a un racconto così come valida è la scelta di affidarsi a volti nuovi. A buon diritto l’amara parabola di Daniel Blake, che non a caso ha vinto la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, rientra tra le vette della sua filmografia e tra i migliori film dell’anno 2016.

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Marcello Lembo

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