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Olé Olé Olé: A Trip Across Latin America: Il regista,“I Rolling Stones? Gli ultimi ribelli del rock”

Olé Olé Olé: A Trip Across Latin America: Il regista,“I Rolling Stones? Gli ultimi ribelli del rock”

Alla Festa del Cinema di Roma arriva il documentario di Paul Dugdale sull’ultimo tour dei Rolling Stones in America Latina, concluso con il leggendario concerto all’Avana, il primo in assoluto a Cuba dopo la fine dell’embargo.

3stelle

 

 

Appassionati, creativi e vulcanici a 70 anni suonati. “Gli ultimi ribelli del rock” li definisce Paul Dugdale, il regista che dopo averci lavorato in ben tre film concerto, decide di stargli addosso ancora una volta: loro sono i Rolling Stones e il film, presentato alla Festa del Cinema di Roma dopo il passaggio a Toronto, si chiama Olé Olé Olé: A Trip Across Latin America, un road movie attraverso dieci città dell’America Latina per seguire il tour dei primi mesi del 2016, che si sarebbe concluso con lo storico concerto gratuito per il popolo cubano all’Avana, dove la band inglese si è esibita per la prima volta.
“Ogni volta è come stare in un sogno, un’avventura culturale e musicale. È bizzarro entrare in questo mondo per un paio di settimane all’anno”, dice Dugdale, che non ha la presunzione di farne un ritratto (sarebbe stato ardito dopo il monumentale Shine a Light di Martin Scorsese), ma l’intuizione di raccontare cosa abbia significato la musica dei Rolling Stones per quei paesi dove il rock è stato bandito da anni di dittatura militare. Lì le pietre rotolanti sono ancora “brutti, sporchi e cattivi” e le loro canzoni simbolo di rivoluzione e libertà: “L’ America Latina è il paese delle grandi rivoluzioni e dal passato turbolento, e i Rolling Stones sono gli ultimi ribelli del rock: insieme i due fenomeni sono un’accoppiata perfetta perché si rispecchiano l’uno nell’altro. Non è una questione di messaggio politico, ma è la loro natura ribelle ad essere apprezzata”. Un rapporto unico e affascinante come testimonia in Argentina una cultura urbana “rolinga”, un movimento di fan sfegatati che vestono come Mick Jagger, ne imitano il passo dinoccolato, piangono ancora quando li vedono passare in auto e li chiamano a gran voce urlando “Olè, olè, olè!” davanti all’Hotel che li ospita.
Tappa dopo tappa, il documentario si struttura come una lunga preparazione al concerto dell’Avana a Cuba dove non avevano mai messo piede prima della data del 25 marzo scorso, evento non facile da organizzare e in bilico fino a poche settimane dall’esibizione.
Le difficoltà non sono certo mancate: prima la visita di Barack Obama annunciata per il giorno dopo il loro concerto che li ha costretti a far slittare la data originaria (“Sono ottant’anni che un presidente degli Stati Uniti non visita Cuba e lui decide di farlo proprio il giorno dopo il nostro concerto”, dirà Jagger al telefono), poi l’incombere di Papa Francesco.
“Da un lato volevamo quel pericolo e quei colpi di scena, ma dall’altro eravamo preoccupati perché ci rendevamo sempre più conto di quanto si stesse complicando la situazione, mettendo a rischio la realizzazione stessa del film”, racconta Dugdale.
Più ci si avvicina alla meta finale più il film entra nel tessuto culturale e sociale di quei paesi attraverso i racconti dei fan intervistati, giovani e non solo: in mezzo c’è anche chi fino a qualche anno prima avrebbe rischiato l’arresto se sorpreso ad ascoltare quella musica.
La telecamera indugia sulle strade, i colori, i volti, i suoni dell’America Latina, ci passa in mezzo sulle note di brani storici che davanti a quelle immagini si riappropriano del loro ruolo originario: liberatori, rivoluzionari, trasgressivi. “Ci hanno rubato la giovinezza e oggi ho potuto ascoltare liberamente quella musica, un’overdose di libertà”, racconta un fan dopo il concerto a L’Avana.
E poi ci sono loro: Mick Jagger e compagni, un rapporto che va avanti da una vita (quel “materiale instabile che ci tiene legati”), i loro ricordi e la folla sotto al palco che diventa impossibile non seguire (Ogni sera scopriamo muscoli che non sapevamo di avere”) e a cui non ci si abitua mai (“Ogni volta è come toccare il paradiso”).  Ma ci sono anche momenti di incanto assoluto, come l’esibizione voce e chitarra di ‘Hony Tonk Woman’ nel backstage: minuti di magia pura. Dugdale lo cattura come fa per tutto il resto del documentario, osservandoli in silenzio: È stato fantastico – dice – ascoltarli mentre ricordavano i vecchi tempi”. Il finale a Cuba è un’esplosione di ritmi, suoni e volti. Epocale. Con un pubblico in delirio e i Rolling Stones sul palco a fare da apripista, ancora una volta pionieri di qualcosa.

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Elisabetta Bartucca

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