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Roma 2016: Oliver Stone, “Il mio film kafkiano su Snowden”

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Non ha mai smesso di fare un cinema politico e nelle sue accuse contro un certo sistema americano imperialista e guerrafondaio, è sempre stato caustico e cristallino. Oliver Stone lo è anche oggi ripercorrendo la sua carriera nel corso dell’incontro con la stampa che precede di poco quello con il pubblico alla XI Festa del Cinema di Roma, che ospita anche l’anteprima del suo ultimo film, Snowden in sala dal 1 dicembre.
La pellicola ripercorre la storia di Edward Snowden, ex tecnico informatico della Cia che nel 2013 rivelò al mondo intero una costante e capillare attività di intercettazioni esercitata in maniera indiscriminata da parte della Nsa sui cittadini degli Stati Uniti e di altri paesi alleati, denunciando così l’uso di programmi di sorveglianza e raccolta dati scretati nelle stanze delle agenzie governative.
Stone lo definisce “un film kafkiano” perchè, spiega, “fai parte di un sistema così potente da ritrovarti a fare cose che non vorresti”.

Nei suoi film ha sempre raccontato momenti di svolta. Lo sarà anche la storia di Edward Snowden?
Credo che le informazioni fornite da Snowden siano molto significative, ma gli americani non ne hanno compreso a pieno la portata perché sono solo preoccupati dei loro Iphone. Ci è voluto molto tempo per capire questa storia e il senso di quello che stava succedendo, io stesso ho dovuto incontrare Snowden per ben nove volte; non si trattatava di pokemon o cataloghi di acquisti online, c’era in ballo qualcosa di ben più grosso.
E’ stato interessante esplorare quello che Snowden ha fatto, ma le informazioni che ci ha dato erano così complicate che la maggior parte delle perosne e della stampa non ne ha immediatamente capito il significato.
Con questo film cerchiamo solo di rendere più chiaro quel messaggio che forse a molti  americani non interesserà: nel 2013 Snowden non era ben visto perché chiunque riveli segreti governativi è subito considerato un cattivo.
La gente non capisce cosa abbia realmente fatto e lo confonde Assange, non sa esattamente chi sia.

Che difficoltà ha avuto?
Abbiamo avuto qualche problema a partire dai finanziamenti: le grandi società americane si sono tirate indietro e così siamo dovuti andare a cercare altrove, in Francia e Germania, dove abbiamo girato anche parte del film.
E’ stato un lavoro difficile perché dovevamo pensare a come raccontare quelle informazioni sul grande schermo rendendo comprensibile il significato del concetto di ‘sorveglianza’.
Non è un film di spionaggio, ma è molto realistico il modo in cui lo abbiamo realizzato.

Ci suggerirebbe di stare attenti e di spegnere i telefonini?
Consiglio sempre di fare attenzione e usare sistemi di crittografia nelle comunicazioni perchè tutti siamo schedati. Dopo il datagate si scoprì che alcune grandi società internet erano state complici del governo, una delle conseguenze furono una serie di provvedimenti che potessero garantire la riservatezza dei dati, come i sistemi di crittografia.

Cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime presidenziali?
In Europa siete così sconcertati da Trump, ma non credo che ce la farà. L’alternativa è la Clinton che però rappresenta la mentalità americana “o sei con noi o sei contro di noi”. Sarà piu dura, militarista e ostile di Obama e non intravedo nessuno spirito di riforma.

Un bilancio dei suoi primi 70 anni…
E’ un buon momento per fare bilanci, dobbiamo essere pronti a dire ciò che dobbiamo dire perché non vivremo molto a lungo dopo questa tappa.

Obama non fa una bella figura perché dice una cosa e poi ne fa un’altra.
E’ esattamente ciò che ha fatto e detto: Obama avrebbe dovuto portare avanti una riforma, avrebbe potuto fare di più, aveva l’occasione di cambiare le cose ma non lo ha fatto e oggi tutti sappiamo che raccontare la verità è diventato ancora più diffcile di prima.
Snowden ci ha semplicemente messo in guardia Come tutti era d’accordo con l’idea della sorveglianza antiterrorismo. Ma perchè l’America ha deciso a un certo punto di installare meccanismi di sorveglianza di massa?
Ci dicono che è per la nostra sicurezza, ma non è così perché tutti i casi di terrorismo risolti sono quelli in cui i responsabili erano già noti alle autorità. Sull’11 settembre ad esempio sapevamo cosa avessero intenzione di fare i dirottatori: l’Nsa sapeva dell’addestramento dei piloti, del collegamento tra i dirottatori e Bin Laden, ma non passò le informazioni all’Fbi che le scoprì da sola senza però fare nulla.
La questione non è fermare i terroristi, ma semplicemente osservare e controllare tutti e tutto, usando poi le informazioni raccolte per la propria causa: un cambiamento di regime. Una tecnica che gli Stati Uniti hanno sempre usato: in Iraq, Brasile, Venezuela e adesso Siria e Libia.
Non andiamo più in guerra ma ci limitiamo a produrre dei cambi di regime attraverso un sistema di sorveglianza capillare.
Nel film parlo anche di cyberguerra iniziata nel 2007, quando gli Stati Uniti usarono dei malware nelle centrifughe del programma nucleare iraniano.
Possono farlo ovunque e con chiunque, anche con i paesi alleati: è come mettere delle mine.

Ha trovato in questo personaggio disilluso una corrispondenza con la sua esperienza di vita?
Come Snowden sono cresciuto con le idee di un conservatore, ma  l’esperienza in Vietnam mi sconvolse; all’epoca però ero troppo giovane per capire.
Poi sono stato in Centro America e mi sono accorto che si stavano verificando esattamente gli stessi fatti del Vietnam; è così che  ho iniziato ad approfondire i miei studi sulla storia americana e nel 2012 ho realizzato il documentario Untold History of the United States. Mi sono accorto che è una storia davvero terribile ed è curioso che pochi mesi dopo averlo terminato sia saltato fuori Snowden.

 

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Elisabetta Bartucca

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