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Tom Hanks primo ospite della Festa del Cinema di Roma 2016

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È Tom Hanks il primo protagonista degli Incontri Ravvicinati di questa undicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Da oggi nelle sale con Inferno di Ron Howard, Hanks ha incontrato la stampa questa mattina, mentre nel pomeriggio riceverà, dalle mani di Claudia Cardinale, il Premio alla Carriera alla presenza del pubblico della Festa.

Come si sente nel rivedere i suoi film?
Tom Hanks: Secondo la filosofia antica è sempre meglio non guardarsi mai indietro ed io seguo questo precetto: non rifletto molto sui miei film e molto spesso non li riguardo nemmeno. Penso che l’unico metro giusto da utilizzare per misurare il successo sia la longevità, ovviamente non quella fisica, ma quella artistica. Se, dopo tanti anni che fai questo lavoro, ti viene offerto un ruolo, qualsiasi ruolo, allora quello significa essere longevi. Io mi reputo davvero molto fortunato perché ho alle spalle un corpus di lavori molto importante. E ognuno di essi ha rappresentato per me un’avventura, un’esperienza nuova, e tutte le volte ho imparato qualcosa da loro.

Alla Festa, quest’anno, c’è una retrospettiva di film dedicati alla politica. Ci racconta cosa pensa di quello che sta succedendo negli Stati Uniti?
T.H.: Non so se sia permesso dirlo, ma veramente per me è il festival della merda 2016! Potete scriverlo tranquillamente! Ogni quattro anni noi americani siamo chiamati alle urne e ogni quattro anni assistiamo a questo circo che dovrà guidarci verso la scelta del nuovo presidente. Nella storia americana c’è sempre stata una versione dell’attuale candidato repubblicano, ma non è mai stato così autoreferenziale. E gli americani non pensano di affidare ad un uomo del genere il loro futuro. Ci sono persone che ottengono e mantengono il loro ruolo sociale perché contribuiscono ad alimentare l’ignoranza e sappiamo benissimo che quando questa è prevalsa, sono successe cose brutte.

Nei suoi film, raramente l’abbiamo vista interpretare un ruolo da villain…
T.H.: Nel cinema ci sono tante sfumature e io come attore non ho intenzione di fare il classico villain. A me piacciono quei film in cui sia la tesi del protagonista che dell’antagonista abbiano una valida base: mi piace soppesare la differenza tra buono e cattiva, la dialettica che si viene a creare tra questi due poli. Nei film i cattivi tendono ad essere degli archetipi e non dei personaggi originali. Interpreterei un cattivo solo per motivazioni che abbiano un senso alla base e non tanto per farlo.

Come valuta in generale le sceneggiature? Si è mai pentito di aver detto qualche no?
T.H.: Non mi sono mai rimproverato di aver rifiutato un’offerta perché quando decido di prendere parte ad un film, lo faccio dopo aver seguito il mio istinto. Mi baso molto sul tema del film e sull’aspetto del personaggio che mi è stato proposto. Poi, ovviamente, ci sono i film che ho rifiutato per mancanza di tempo o perché ero impegnato altrove, ma ho sempre trovato più difficile rifiutare che accettare un ruolo. A volte ci sono degli aspetti del tuo lavoro che possono non richiedere quella passione assoluta che ti alzare dal letto la mattina per andare a girare. Ecco, se manca quello, allora è meglio non accettare quel ruolo.

Lei ha interpretato vari personaggi che sono entrati nell’immaginario collettivo. Non ha la paura di incorrere nel rischio di restare intrappolato in uno di loro?
T.H.: Beh, sì, questo rischio esiste, eccome. Non appena un attore indossa i panni di un’altra persona, è chiaro che rischia di essere identificato con qualcun’altro. Per questo motivo dico molti non a proposte di questo genere. Diciamocelo francamente: io oggi potrei essere qui per convincervi del fatto che Forrest Gump 8 sia migliore di Forrest Gump 6! Ma per fortuna non è così. Con Robert Langdon, che porto al cinema per la terza volta, non ho avuto questa paura, perchè ho potuto rimodulare tranquillamente quel personaggio. Alla base di tutto io penso ci debba essere un contratto tra l’artista, l’attore, e il suo pubblico e questo contratto sta nel ripartire sempre da zero. L’unica cosa che può cambiare è la sensazione che il pubblico ha quando esce dalla sala dopo aver visto la tua prova.

Da produttore, c’è un progetto in particolare che le piacerebbe realizzare?
T.H.: Lasciatemi spiegare la differenza tra attore e produttore. L’attore ha un lavoro e non è chiamato a spiegare niente a nessuno, deve solo capire quello che deve fare e lo fa. Da attore non devi passare le giornate al telefono, ti portano i panini gratis e ti tagliano i capelli quando vuoi. Come produttore, invece, devi stare sempre al telefono e devi convincere sempre qualcuno a fare qualcosa per te. Devi stare in ginocchio a pregare le persone di appoggiare il tuo progetto o di farne parte o, peggio ancora, devi essere capace di dire di no a chi ti propone qualcosa. Io preferisco fare l’attore, ma so benissimo che come produttore posso allearmi con persone veramente brave che si impegnano a fare tutto il lavoro fisico necessario e a me spetta una sorta di direzione artistica del tutto. Solo in questo modo riesci a lavorare bene. Devi però prepararti per bene: ad esempio, io sono stato anche produttore di Cast Away e ho lavorato a quel film per sette anni prima che venisse realizzato.

C’è qualche artista italiano con cui le piacerebbe collaborare?
T.H.: A me interessa chiunque abbia un’idea da portare avanti. Non ho fatto in tempo a vederlo in questi giorni, ma penso che io e Roberto Benigni potremmo essere una bella coppia.

Prossimamente la vedremo come protagonista di Sully, il nuovo film di Clint Eastwood. Com’è lavorare con lui?
T.H.: Ammiro tanto Clint Eastwood perché è una leggenda. Ha fatto molti film sofisticati, come Invictus o Mystic River: sono tutti film specifici, atemporali, come se appartenessero ad un’altra epoca. Per quanto riguarda Sully, io ho letto la sceneggiatura e l’unico scambio che ho avuto con Clint è stato di chiedergli quando iniziavamo a girare. Con lui si parla poco del eprsonaggio, non si fanno prove, ma si lavora direttamente sul set. Quello che sta alla base del suo modo di lavorare è la profonda convinzione che sul set ci si debba comportare bene: questa è l’esperienza che ho avuto nel lavorare con Clint ed io ho sempre pensato che fare l’attore significa comportarsi bene, inseguendo l’ideale del regista e dello sceneggiatore. Clint ha un modo di lavorare tutto suo e vedendolo dall’esterno pensi di trovarti in gabbia, in realtà non è assolutamente così.

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Augusto D'Amante

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