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Lettere da Berlino: Il dramma della resistenza

Lettere da Berlino: Il dramma della resistenza

L’attore-regista Vincent Perez porta sullo schermo una storia della resistenza tedesca al nazismo. I protagonisti: Brendan Gleeson, Emma Thompson e Daniel Brühl. In sala dal 13 ottobre.

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Poche parole vergate su una cartolina. Poche parole per sfatare un falso mito, quello della passività del popolo tedesco di fronte alle ipocrisie, alla violenza montante del regime hitleriano. Lettere da Berlino è la terza opera da regista dell’attore svizzero Vincent Perez, che ha scelto di adattare il romanzo Ognuno muore solo del tedesco Hans Fallada, una delle prime opere apertamente anti-naziste pubblicate in Germania dopo la seconda guerra mondiale.

La storia è quella di Otto Kuangel – che ha il volto del caratterista irlandese Brendan Gleeson – e di sua moglie Anna – Emma Thompson – che sfidando il regime, ritenuto responsabile della morte del loro figlio, decidendo di mettere in atto un’iniziativa personale di protesta. Lasciano per le strade e i palazzi di Berlino cartoline anonime con messaggi anti-nazisti, nella speranza che possano trovare una eco nella maggioranza silenziosa ma che finiscono per attirare l’attenzione delle autorità e in particolare di un commissario che si metterà sulle loro tracce (il Daniel Brühl di Rush e Bastardi senza gloria).

Forte di una serie di collaboratori di lusso (il direttore della fotografia Christophe Beaucarne, il compositore Alexandre Desplat) e di un cast di talento a Perez basterebbe davvero poco per riuscire a venire incontro alle ambizioni del progetto. Eppure forse sono proprio il cast di talento e i collaboratori di lusso a dare un falso senso di sicurezza e così Lettere da Berlino resta nei ranghi di quei melodrammi realizzati con cura ma senza personalità, appesantito com’è da un adattamento – firmato da Perez e da Achim Von Borries – che non rende giustizia ai suoi protagonisti. A pagare il dazio più pesante è forse la Thompson costretta a vestire i panni di un personaggio che solo raramente emerge dall’ombra. Sacrificata al cospetto del marito che occupa uno screen-time ben maggiore alla sua Anna, ispirata alla figura realmente esistita di Elise Hampel, giustiziata insieme al coniuge nel 1942, è dedicata una sola scena madre, quella che la vede fronteggiare la moglie viziata di un ufficiale nazista di alto rango. Altro percorso poco nitido è quello dell’ispettore interpretato da Brühl, prima individuato come una longa manus del regime, poi lui stesso testimone delle sue iniquità. Il suo è un viaggio narrativo che sembra patire particolarmente il passaggio dalla carta stampata alla celluloide, dalle 700 pagine di Ognuno muore solo alle neanche due ore di Lettere da Berlino.

Nonostante l’impegno di tutti i suoi interpreti, davanti e dietro la cinepresa, Lettere da Berlino non colpisce a fondo il cuore dello spettatore, che è poi la funzione stessa del genere melodrammatico. Certo i nomi soli del cast basteranno a conquistare una fetta di pubblico ma l’impressione generale è che un romanzo importante come quello di Fallada meritasse un trattamento più sentito.

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Marcello Lembo

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