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Mine: L’Italia cerca la via del cult

Mine: L’Italia cerca la via del cult

Mine, il nuovo concept film italiano dei registi Fabio & Fabio ci porta in un deserto pieno di ricordi e trappole. Con Armie Hammer e Annabel Wallis. In sala dal 6 ottobre.

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Un territorio ostile, un passato tormentato e un piede su una mina. Sul poster i nomi in risalto sono quelli di Armie Hammer (Lone Ranger, The Social Network), di Annabel Wallis (presto nel remake della Mummia) e del produttore Peter Safran (Buried), ma nessuno sia tratto in inganno perché su Mine sventola la bandiera italiana, quella dei suoi registi, Fabio & Fabio, all’anagrafe Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, Milano nel dna ma con gli occhi puntati verso l’America.

La storia è quella del soldato Mike Stevens (“Un militare americano – spiegano i registi – perché voleva essere il simbolo di una persona non libera, abituata ad eseguire gli ordini”) che dopo una missione fallita fugge attraverso un deserto imprecisato (“Un non-luogo”, specificano Fabio & Fabio) e finisce per mettere il piede su una mina, rimanendo bloccato lì.

“Bloccato” è la parola d’ordine per i due registi, al loro secondo lungometraggio, il primo dal respiro internazionale, che per questo concept film dicono di essersi ispirati a Buried – Sepolto e a 127 Ore di Danny Boyle. Ma se le trappole in cui erano caduti i protagonisti di quei due film – Ryan Reynolds e James Franco – erano soprattutto trappole fisiche, quella di Mine è diversa. E così il personaggio di Armie Hammer, tra insidie esterne e un  percorso a ritroso nelle tappe della sua vita, è costretto al paradosso di un viaggio immobile grazie anche all’incontro con un misterioso berbero, “Una sorta di spirito guida – ci dicono Fabio & Fabio – che ha anche la funzione di alleggerimento comico”.

Come tutti i concept film anche Mine si compiace delle sue intriganti premesse e forse lascia qualcosa per strada in termini di dialoghi e messa in scena. “Avevamo dei tempi strettissimi – raccontano – anche perché la moglie di Armie doveva partorire e se non avessimo concluso le riprese entro l’ottobre del 2014 probabilmente il film non sarebbe mai uscito. Abbiamo quindi deciso di girare il più possibile e poi di correggere gli immancabili inconvenienti da set in post produzione. Abbiamo cancellato cavi, persone che si trovavano in mezzo, abbiamo dovuto cancellare il mare perché quello che è un deserto nel film in realtà era una spiaggia”.

A parte qualche incertezza e le ingenuità di un mezzo esordio (ma il corto Afterville, firmato dai due registi, attirò l’interesse della Fox che li contattò anche per farne un film) quello di Mine è un racconto potente che parte dalla cultura di genere (“Del resto noi siamo cresciuti con i classici degli anni 80 e con la cultura dell’anime poi filtrata attraverso creazioni italiane come Dylan Dog e gli spaghetti western) ma che non si vuole fermare solo ad essa. “Vorremmo che il pubblico che va a vedere un film di genere scopra che Mine non è solo questo”, è il proposito dichiarato. E in effetti le sequenze finali colgono nel segno, raccontate con un fitto montaggio alternato e con l’accompagnamento di una colonna sonora accorata. In sostanza Mine è più di quanto non si pensi ma meno di quanto avrebbe potuto essere. Resta dunque un esperimento riuscito solo in parte ma che merita di essere portato avanti fino ad ottenere il risultato auspicato ovvero quello di rivalutare il cinema di genere italiano, di dargli una caratura internazionale e di far emergere nel contempo la personalità – e di personalità ce n’è da vendere – di una nuova generazione di autori.

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Marcello Lembo

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