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The Assassin e non solo, i mille colori del Wuxia

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Eroi senza macchia, arti marziali e uno sguardo nostalgico sulla storia, sulla tradizione dell’antica Cina. L’uscita in sala di The Assassin, il film che nel 2015 valse al regista taiwanese Hou Hsiao-Hsien la Palma d’oro al Festival di Cannes, riapre il sipario su un genere affascinante, su un immaginario dai colori vividi, su una rappresentazione della lotta che fa di grazia e coreografia i suoi elementi principali, lasciando per una volta da parte la più banale violenza.

Parliamo di quello che in Cina è noto come Wuxiapan e che da noi è tradotto e inteso semplicemente come “film di arti marziali”. Il Wuxiapan però non è solo questo, anche se ad apprezzarne davvero le sfumature sarà solamente un pubblico di veri appassionati. Il rapporto tra la distribuzione italiana e il genere, del resto, è stato segnato da slanci improvvisi e da lunghi periodi di bonaccia. Perché non sempre c’è stato un Bruce Lee a fare da icona e portavoce a un’intera cultura, perché non sempre un grande regista come Ang Lee è riuscito a coniugare la sensibilità orientale con il gusto occidentale, tanto da fare della Tigre e il Dragone un insperato successo mondiale.

Il Wuxiapan, letteralmente i “film sugli eroi marziali”, si sviluppa da una matrice letteraria. Il genere sulla carta stampata perde la desinenza “pan” e resta solo Wuxia, ovvero “eroe marziale”, e le sue storie che spesso vengono paragonate ai romanzi di cappa e spada della tradizione occidentale, sono ambientate in un passato a metà tra storia e leggenda, un medioevo popolato di guerrieri senza padrone, di briganti, di corti dove l’intrigo e il pugnale la fanno da padrone. Il boom del Wuxia letterario va ricercato verso gli anni 80 ma il genere nasce già nei 20. La Cina è uscita indebolita dai trattati di Versailles, il Giappone, schierato con le forze dell’Intesa riesce a ottenere la concessione della penisola di Shandong. La decisione è accolta dalle vive proteste della popolazione e nasce il cosiddetto movimento del 4 maggio 1919, animato da uno spirito neonazionalista. Quello che fu il seme della rivoluzione cinese comincia a fiorire e con esso una cultura rinnovata decide di rifarsi agli xia, gli eroi della tradizione, esempi di uomini liberi usati per scardinare i principi della più rigida cultura confuciana.

Le storie di questi eroi diventano una delle principali fonti di intrattenimento del paese già negli anni 30 e attirano le maglie censorie del regime cinese che per diversi periodi, fino agli anni 80, ha imposto dei bandi alla letteratura Wuxia. La produzione non si è mai interrotta però, anche perché i divieti di Pechino non hanno trovato eco a Hong Kong, all’epoca colonia britannica, e a Taiwan permettendo a scrittori ed editori di continuare a diffondere le storie di questi grandi maestri di arti marziali alle prese con tecniche segrete, intrighi di palazzo, banditi e principesse dalla bellezza leggiadra. Proprio in questi anni turbolenti si colloca la vicenda artistica di Jin Yong, meglio noto con il nome di penna di Louis Cha, probabilmente il più famoso di questi scrittori, di certo uno dei pochi ad arrivare fino in Italia. Al momento nei cataloghi italiani il genere è rappresentato infatti solo da lui e da un suo romanzo, intitolato Volpe volante della montagna innevata, pubblicato da Pisani ormai 10 anni fa. E questo nonostante i romanzi Wuxia siano i più letti dai cinesi, ovvero siano tra i romanzi più letti nel mondo visto che la Cina ha una percentuale di lettori molto più alta della media.

Il Wuxia al cinema ci arriva quasi all’inizio del suo percorso. Probabilmente è solo una convenzione ma il primo film del genere risalirebbe al 1925 e si intitolerebbe Nuxia Li Feifei, la Lady Cavaliere Li Feifei, interpretato dalla cantante di opera Fen Juhua. Condizionale d’obbligo però, anche perché del film non esistono più copie ed è stato possibile ricostruirne la trama (una faida familiare, un amore tra due giovani e l’arrivo dell’eroina guerriera a risolvere la situazione) solo grazie a documenti dell’epoca. Per varcare i confini della Cina però il Wuxiapan deve aspettare il 1967 grazie al film “Mantieni l’odio per la tua vendetta”, diretto dal regista di culto Chang Cheh che inizia la serie di film dedicati al personaggio del Vendicatore Monco, interpretato da Jimmy Wang, il drago bianco. Il Wuxia registra un primo grande boom distributivo. Per molti anni l’immaginario degli eroi marziali resta in mano a produzioni che oggi definiremmo di serie b e che pure hanno contribuito ad influenzare tanti registi di culto, primo tra tutti Quentin Tarantino. Oltre a Cheh e al suo Vendicatore Monco ci sono nomi ora pressoché dimenticati p semplicemente mai conosciuti come quello di Chor Yuen (The Sentimental Swordsman) o di King Hu (Le implacabili lame di Rondine d’Oro).

Passata una stagione che durerà fino ai primi anni 90 il Wuxiapan vive un nuovo periodo d’oro grazie al successo internazionale riscosso dalla Tigre e il Dragone del taiwanese Ang Lee, unico film del genere a conquistare 4 statuette agli Oscar. Interpretato da Michelle Yeoh, dall’idolo del cinema di Hong Kong Chow Yun-Fat e da una dei volti più riconoscibili del cinema di arti marziali degli anni 70, Cheng Pei-pei, La Tigre e il Dragone è un tripudio di colori e dinamismo che conquista i cinema tanto in oriente quanto in occidente e che apre la strada al ritorno del genere in grande stile. Ed ecco che arrivano nel giro di pochi anni i tre film firmati dal regista cinese più famoso, Zhang Ymou, che grazie ai fondi di un regime all’inizio recalcitrante gira prima Hero, poi La Foresta dei Pugnali Volanti e infine La Città Proibita. Con il wuxia si misurano anche altri grandi del cinema orientale. Da Wong Kar-wai con il suo Ashes of Time, a Tsui Hark con il suo Seven Swords, passando infine per John Woo che ritorna alle atmosfere che aveva affrontato anche a inizio carriera portando sullo schermo La Battaglia dei Tre Regni. L’ultima punta di diamante, almeno fino ad ora, è proprio The Assassin, che dal festival di Cannes è tornato con una corona di allora e il plauso della critica. E anche stavolta bentornato Wuxia.

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Marcello Lembo

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