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The Assassin: estetica pura

The Assassin: estetica pura

A otto anni dal suo ultimo film, Hou Hsiao-hsien torna al cinema con una storia ambientata nella Cina del passato. Tra governatori di provincia corrotti e spietate assassine colte da dissidi interiori, The Assassin risplende nella forma, ma non coinvolge nella narrazione. Al cinema dal 29 settembre.

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Nella Cina del IX secolo, la dinastia Tang fa vivere un periodo di prosperità al Paese. L’equilibrio, però, è minacciato da alcuni governatori della provincia, ambiziosi e corrotti. Nie Yanniang, rientrata nella sua città, nella provincia di Weibo, dopo un periodo di esilio di tredici anni durante il quale è stata addestrata nelle fila dell’ordine degli assassini, ha avuto l’ordine di uccidere Tian Ji’an, governatore di Weibo. Ma Tian Ji’an è suo cugino, oggetto del desiderio della donna sin dall’adolescenza. Quando l’assassina si troverà davanti all’uomo, però, il dilemma morale che le si presenta sarà molto forte.

A otto anni da Le voyage du ballon rouge, parentesi europea del regista di Taiwan, Hou Hsiao-hsien torna a raccontare la Cina del passato con The Assassin, un wuxia sui generis che ripropone la poetica del regista.
Rispetto ad alcuni suoi predecessori come La tigre e il dragone, La foresta dei pugnali volanti o La città proibita, la pellicola di Hsiao-hsien si ascrive nel genere tanto caro alla cinematografia cinese, ma, allo stesso tempo, se ne allontana. Nel bilanciamento tra introspezione e combattimento, l’ago della bilancia si sposta verso il primo: con i duelli che iniziano e finiscono improvvisi e senza apparente vincitore, Hsiao-hsien, come ha fatto in passato, favorisce una visione metaforica secondo la quale il combattimento non portato a termine è espressione dell’interiorità della protagonista. Nie Yanniang, che ha il bellissimo volto e la grazia dell’attrice taiwanese Shu Qi, è la spietata assassina, eroina solitaria, che si muove in un mondo corrotto, ma che vive un forte dissidio interiore: far prevalere la “ragion di Stato” o quella del cuore? Ecco spiegata anche la scelta del formato 4.3: il quadro incornicia non una storia, ma lo svolgersi di una conflittualità interiore.

I campi lunghi che caratterizzano il cinema del regista, i movimenti quasi impercettibili della sua macchina, la fotografia brillante anche quando prevalgono i colori scuri, sono tutti elementi che conferiscono a The Assassin un fascino quasi catartico. I nostri occhi risultano felicemente catturati dallo splendore delle immagini, come davanti ad un quadro di rara bellezza: i colori si trasformano in vibrazioni emotive che ci colpiscono, a differenza di quanto fanno le spade presenti nel film, che non arrivano mai a fendere il loro obiettivo.
Ma se la forma è esperienza sublime, è nella narrazione che The Assassin trova il suo maggiore limite. Il cinema ci ha abituato a storie di questo tipo, a mostrare il dissidio interiore di alcuni suoi protagonisti in vari modi, ma qui lo spettatore è totalmente abbandonato a se stesso, perso nei meandri di un racconto che difficilmente si fa capire. I troppi silenzi, le eccessive pause, rendono la pellicola di Hsiao-hsien un’esperienza fin troppo estetizzante, quasi fine a se stessa, poco fruibile. La forma sconvolge, ma la sostanza resta imbrigliata dentro una splendida cornice.

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Augusto D'Amante

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