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I Magnifici 7, il remake non centra il bersaglio

I Magnifici 7, il remake non centra il bersaglio

Denzel Washington, Chris Pratt e il regista Antoine Fuqua riportano al cinema un classico del western, I Magnifici 7. In sala dal 22 settembre.

2stelle

Sette pistoleri senza un padrone, gli abitanti disperati di un villaggio, la minaccia di un cattivo. Le similitudini tra I Magnifici 7 di Antoine Fuqua e il classico hollywoodiano diretto da John Sturges  finiscono sostanzialmente qui. Ciò non toglie che i grandi studios, Sony Pictures in questo caso, abbiano deciso di rispolverare un mito che da 56 anni continua a vivere grazie all’immagine di uno Yul Brynner in tenuta da cowboy nera e all’immortale colonna sonora composta da Elmer Bernstein. Stavolta in sella a un cavallo, pistole alla mano, c’è una banda guidata da Denzel Washington e composta tra gli altri da Ethan Hawke, Chris Pratt, Vincent D’Onofrio, con la sola Haley Bennett a rappresentare il genere femminile.

La storia è quella del villaggio di Rose Creek, obiettivo delle malcelate mire di un ricco possidente. Ecco allora che la coraggiosa Emma (Bennett) decide di assoldare una posse di pistoleri guidata da Sam Chisolm (Washington) per salvare le proprie vite e le proprie terre.

Ispirato, come già il classico del 1960, a I Sette Samurai di Akira Kurosawa questo nuovo adattamento, firmato alla sceneggiatura dal Nic Pizzolatto di True Detective e da Richard Wenk (The Equalizer) mostra molta, forse troppa attenzione alla sensibilità moderna. Quella della popolazione generale ma anche e soprattutto quella del dipartimento marketing. Il risultato è che la maggior parte dei sette magnifici del titolo sembra confondersi con le figure sullo sfondo, chiamata solo a timbrare il cartellino per mantenere inalterato l’equilibrio razziale del gruppo. Tanto per intendersi il personaggio che fu di James Coburn è ora affidato al coreano Byung-hun Lee e la banda conta anche sul messicano Manuel Garcia Rulfo e sull’attore d’origine nativo-americana Martin Sensmeier. Cambio anche per il villain con il bandido messicano interpretato da Eli Wallach che lascia il posto al capitalista bianco Peter Sarsgard.

A parte la notazione (letteralmente) di colore il problema dello script dei Magnifici 7 è quello di un’eccessiva linearità nel cambiamento. Una strategia che finisce per non rendere omaggio al film originale e allo stesso tempo non aggiunge niente che possa giustificare il remake, se non forse la solida e solita interpretazione di Denzel Washington, che non diventerà un’icona come Brynner ma che nella storia del cinema ci è entrato già per tanti altri film. Per il resto Chris Pratt non è Steve McQueen e non bastano le discrete interpretazioni di Ethan Hawke e di D’Onofrio a reggere un impianto pericolante.

La sensazione che si tratti di un’occasione persa c’è. Anche perché Antoine Fuqua, che sedici anni fa si fece notare per il cult Training Day, ha tutto quello che serve per essere un grande regista e lo ha dimostrato più di una volta. In questo caso il cineasta afro-americano mostra il coraggio di mettere da parte la tradizione hollywoodiana e di studiare la lezione dei maestri revisionisti del genere a cui probabilmente si sente molto più vicino. Parliamo del nostro Sergio Leone e di Sam Peckinpah, il cui stile affiora spesso nelle sequenze coreografiche che precedono gli scontri a fuoco. Elaborati racconti di sguardi e di gesti, occhi che si muovono da una parte all’altra, mani che si posano sul calcio della pistola, per cui Fuqua si divide il merito con il suo montatore di fiducia, John Refoua. A due anni da Southpaw il regista però si trova a firmare un altro film non riuscito e non certo per demerito suo. Complice quella sceneggiatura troppo elementare nel cercare di reinterpretare il senso originale del film (più quello di Kurosawa che non quello dei Magnifici Sette) e di mettere in scena il confronto fra la tirannia e una banda di improbabili paladini.

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Marcello Lembo

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