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Jon Snow e le nuove regole, ora la fantasia domina gli Emmy

Jon Snow e le nuove regole, ora la fantasia domina gli Emmy

Gli eroi e gli anti-eroi del Trono di Spade, i cloni di Orphan Black, l’hacker di Mr. Robot. Gli Emmy del 2016 sembrano parlare una lingua ben precisa, quella che affonda le sue radici nella cultura geek, fatta di draghi, di fantascienza e di computer. Sembrerà solo il frutto della moda di un momento e in parte è vero ma un’analisi più attenta ci racconta anche un’altra verità. Perché dal 1949, anno della prima assegnazione, al 2014 il fantasy e la fantascienza con gli Emmy hanno avuto un rapporto davvero freddo, tanto che una sola serie ascrivibile a queste categorie è riuscita a conquistarsi il riconoscimento più ambito. Parliamo di Lost, correva l’anno 2005. Un po’ poco se si considera che furono trascurate tante serie che pure hanno fatto la storia dell’intrattenimento popolare, da Star Trek a X-Files, da Twin Peaks a Buffy l’Ammazzavampiri. Tutte figlie di una moda e che di mode ne hanno generate, ma tra i cuori conquistati mai c’è stato quello della giuria degli Emmy, impermeabile a ogni incanto della fantasia e dei suoi mille mondi.

La musica cambia nel 2015 però, quando Il Trono di Spade vince, a sorpresa, la sua prima statuetta nella categoria “miglior serie drammatica”, rimpolpando un bottino che in cinque (ora sei) anni di vita l’aveva vista accumulare allori solamente nelle categorie tecniche, fatto salvo il premio ottenuto da Peter Dinklage nel 2011 come miglior non protagonista (bissato pure nel 2015). La rivoluzione si completa l’anno dopo, con il bis del Trono di Spade, l’affermazione del Mr. Robot Rami Malek e della Orphan Black Tatiana Maslany.

Questi premi, questa nuova apertura, hanno il merito di sanare non pochi torti (la Maslany nella sua Orphan Black è quasi incredibile nell’interpretare fino a una decina di personaggi diversi, che a volte cercano di farsi passare l’una per l’altra riuscendo a restare sempre riconoscibili). E hanno soprattutto un nome e un cognome, quelli di Bruce Rosenblum, oggi un onesto e immaginiamo ben pagato dipendente della Disney, che l’anno scorso, in quanto presidente dell’Academy Tv, è stato promotore di una riforma dell’Emmy che ha letteralmente cambiato la geografia delle serie più premiate.

Non è tanto la distinzione più netta tra commedie e serie drammatiche imposta da Rosenblum a fare la differenza, quanto il nuovo meccanismo di voto che dall’edizione scorsa ha eliminato il sistema dei cosiddetti Blue Ribbon Panel, ovvero quei gruppi di una dozzina di persone che di fatto decidevano i vincitori del premio nelle varie categorie (regia, sceneggiatura, recitazione ecc.). Il meccanismo è presto spiegato. Dopo la selezione delle nomination ad opera degli oltre 19mila iscritti dell’Academy ogni singolo nominato invia quelli che vengono definiti “Tapes“, i nastri (proprio perché un tempo erano nastri), che diano prova del suo talento. Per gli attori si tratta solitamente di un episodio della serie per cui è stato nominato. Quando sono le serie ad essere giudicate vengono inviati sei episodi della stagione in corso, per permettere a tutti i giurati, anche quelli che non seguono abitualmente il telefilm, di farsi un’idea del prodotto e poi esprimere la loro classifica in ordine di preferenza.

Ora come è logico immaginare la visione dei tapes è un’attività che prende molto tempo. Specie in un premio come l’Emmy che ha moltissime categorie. È per questo che fino alla riforma di Bruce Rosenblum venivano eletti i suddetti Blue Ribbon Panel, una cerchia ristretta di votanti che si prendeva la briga di votare per tutti E visto che il tempo era il fattore determinante i professionisti dell’Academy preferivano lasciare l’incombenza del Panel ai colleghi meno impegnati, in sostanza i più anziani. Il risultato è che nella storia degli Emmy i riconoscimenti a serie, anche rivoluzionarie, sono arrivati spesso con grande ritardo, come sanno bene i produttori dei Soprano, uno dei serial più innovativi di sempre, che dal 1999 al 2006 ha conquistato un solo Emmy come “best drama” e che si è visto preferire prodotti pur validi come The West Wing e meno validi come The Practice: professione avvocati.

Bruce Rosenblum decide quindi di eliminare i panel e di aprire il voto a tutti gli iscritti anche nella fase finale, con un conseguente netto abbassamento dell’età media dei votanti. Teoricamente anche tutti i 19mila iscritti potranno esprimere la propria preferenza purché dimostrino di aver visto i tapes e di non avere conflitti di interesse. Adesso per vincere non bastano più i pochi voti di prima (leggenda vuole che con tre preferenze assolute, nei panel, il premio fosse assicurato) e la giuria è più variegata e più sensibile al fascino della novità.

Come ben sanno gli interpreti e i personaggi del Trono di Spade la conquista di un regno non è cosa da poco. Oggi sul trono siedono Jon Snow, Tatiana Maslany e Rami Malek, ma il nuovo sistema voluto da Rosenblum vorrebbe anche evitare il ripetersi costante dei vincitori e una maggiore apertura a nuove tendenze e nuovi canali. Qui i risultati della riforma si sono visti solo in parte, perché Veep è stata confermata miglior commedia per il secondo anno di seguito, perché si sono ripetuti sempre nella categoria comedy anche Jeffrey Tambor e Julie Louis-Dreyfus (ed è il quinto anno di seguito per lei), perché Netflix è stato ignorato in quasi tutte le categorie principali.

Fatto sta che ora gli Emmy sembrano un premio meno favorevole ai soliti noti e più adatto a rappresentare il mondo della tv in tutte le sue sfaccettature. La conferma di questa tesi potrebbe arrivare nella prossima edizione, dove tra i partecipanti non figurerà Game of Thrones a causa di uno slittamento produttivo che la renderà eleggibile solo per il concorso del 2018. E allora la contesa per la migliore serie drammatica potrebbe essere la più incerta e affascinante di sempre. Che sia l’ora di Stranger Things, di Westworld o di altri prodotti di genere? Non resta che aspettare e vedere

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Marcello Lembo

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