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Ken Loach a Roma: “Il mio cinema di denuncia e amore”

Ken Loach a Roma: “Il mio cinema di denuncia e amore”

Le trappole della burocrazia che sviliscono il sistema del welfare. E l’Europa che preferisce candidamente il capitale ai cittadini. Spente da pochi mesi le 80 candeline Ken Loach non ha perso la voglia di combattere, di denunciare i mali e le ipocrisie dei giorni nostri. Il pensiero è lucido, la parola è ferma, il tono si addolcisce solo quando parla del suo strumento, della sua arma, di quel cinema che ama di una passione intensa quanto le sue convinzioni politiche. Il regista inglese incontra la stampa a Roma per presentare “Io, Daniel Blake”, il suo ultimo film, vincitore della palma d’oro al Festival di Cannes, che verrà distribuito in Italia da Cinema Srl il prossimo 21 ottobre.

Il suo protagonista, Daniel Blake, si definisce “un cittadino, niente di più, niente di meno”
Ken Loach: Quello è un termine di cui dovremmo riappropriarci. Il problema è che gli Stati cercano di non schierarsi a difesa degli interessi delle persone, ma preferiscono gli interessi dei capitali. L’obiettivo è quello di renderci vulnerabili e così se non trovi lavoro è colpa tua, che non hai il curriculum aggiornato, che arrivi con qualche minuto di ritardo agli appuntamenti. Ma in realtà i lavori non ci sono e quelli che ci sono non consentono una vita dignitosa, né vengono retribuiti con un giusto salario.

Perché succede secondo lei?
Il precariato è una grande risorsa per le imprese. È un rubinetto che si apre e si chiude a piacere. Ma per i lavoratori è un vero disastro.

Eppure nei suoi film, nella sua Gran Bretagna, emerge il senso della solidarietà operaia.
In qualsiasi comunità i lavoratori si sostengono, anche in Italia. Da noi abbiamo campagne di sensibilizzazione per i senza tetto, gli anziani, i disabili. Ma il tessuto sociale è minato e non possiamo continuare ad andare avanti così. Per fortuna, in Gran Bretagna almeno, abbiamo ancora una speranza.

A chi si riferisce?
Al Social Democratico Jeremy Corbyn. Un anno fa gli hanno permesso di candidarsi a leader dei laburisti pensando che non avesse alcuna speranza. Prese il 60% dei voti e in un anno il partito ha triplicato i suoi iscritti. Ora la sua leadership è stata messa in discussione dall’ala destra del Labour. I risultati di una nuova consultazione si sapranno tra una settimana e se Corbyn vincerà ci sarà davvero da sperare.

Il suo film punta il dito contro gli apparati burocratici. Ma è peggio la burocrazia o la politica del governo che avalla una situazione difficile?
Impossibile stabilire quale è peggio. Il governo sa quello che sta succedendo. Quelle della burocrazia non sono solo inefficienze, sono trappole. Gli impiegati del Welfare devono applicare un tot di sanzioni al mese e se non lo fanno vengono puniti. Nelle scene ambientate negli uffici, a parte due attori, tutte le persone che compaiono sono ex dipendenti del Welfare che hanno deciso di lasciare il lavoro perché non riuscivano più a sopportare quello che facevano.

Lei si sente antico?
Antichissimo. Specie da quando sono arrivato a Roma. E mi sento sempre così quando vengo in Italia. Forse è per il modo in cui mi vesto, ma ultimamente – devo dire – mi sento meno antiquato che negli ultimi 50 anni, perché in Gran Bretagna la sinistra è guidata dai giovani, è un movimento all’insegna dei social media e dei cellulari, anche se il mio so a malapena accenderlo.

In Italia continuiamo a parlare di Brexit. Lei che ne pensa?
Al momento da noi è come una finta guerra. Si teme il peggio ma ancora non è successo nulla. L’effetto immediato è che è aumentato l’export perché la sterlina si è svalutata ma le previsioni parlano di un peggioramento dell’economia a breve e così taglieranno ancora gli stipendi e il welfare e tutto il resto. Per la sinistra però la questione resta complicata. Perché l’Unione Europea non è dalla parte dei lavoratori, è guidata dalle grandi aziende, favorisce le grandi privatizzazioni e sfavorisce i programmi pubblici.

E Daniel Blake come avrebbe votato?
La maggior parte dei favorevoli alla Brexit appartengono alla classe media di orientamento Tory. Ma è innegabile che molti esponenti della classe operaia l’abbiano votata per protesta. La manodopera specializzata in quelle zone [Il film è ambientato a Newcastle, ndr] non trova più lavoro e si sente trascurata.

Nel panorama del cinema di oggi c’è qualche regista che vede come un suo possibile erede?
Fortunatamente nel mondo dell’espressione cinematografica non c’è mai carenza di talento. Ma spesso non sono le persone di talento a decidere quale film va fatto e quale no. Io ho iniziato in televisione e lì mi sono fatto le ossa. Ma era un’epoca diversa. La classe dirigente era sicura di sé e a noi creativi ci lasciava essere trasgressivi. Ora la classe dirigente è insicura e le regole si sono fatte più strette.

Un ultima domanda: dopo il Festival di Venezia in Italia si è aperta una polemica sui premi e sul rapporto tra i gusti del pubblico e le scelte delle giurie. Da vincitore di Cannes cosa ne pensa?
Quando vinsi a Cannes per la prima volta, con Il vento che accarezza l’erba, successe che un film sull’indipendenza irlandese, una denuncia dell’atteggiamento colonialista dell’Inghilterra, non poté essere ignorato dall’establishment. E la stessa cosa succederà con Io, Daniel Blake. I premi a volte seguono logiche diverse ma contribuiscono alla riuscita del film e rendono anche più facile il lavoro ai distributori. E visto che era l’ultima domanda posso aggiungere una cosa?

Certo…
Questo film è nato dalla rabbia che io e lo sceneggiatore Paul Laverty abbiamo provato per quello che stava succedendo nel nostro paese. La nostra è una rabbia costruttiva che speriamo possa spingere verso una nuova solidarietà tra paesi europei. Ma questo film è anche il frutto dell’amore per il cinema e la sceneggiatura, per il lavoro sul set con gli attori e con la troupe,è frutto del desiderio di far emergere la verità attraverso la fotografia e il montaggio. Finora abbiamo affrontato tanti argomenti ma queste cose è sempre meglio sottolinearle.

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Marcello Lembo

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